La meraviglia e le ferite: Le mie Galápagos di Walter Landini

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02/11/2026, ore 02:45

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Nelle mie Galápagos. Memorie di un incanto violato, pubblicato da Töpffer edizioni, il paleontologo non propone un semplice diario di viaggio né un trattato accademico. Le sue pagine nascono dall’esperienza delle spedizioni e dallo studio, ma si aprono alla memoria, al mito e al racconto.

Walter Landini ci fa capire che osservare significa riconoscere i legami che tengono insieme un ecosistema e ci fa comprendere quanto possa essere irreparabile spezzarli.

Nell’isola dei cinque vulcani, fra paesaggi lavici che il tempo ha rivestito di vegetazione, riaffiora il Muro delle Lacrime, testimonianza della colonia penale e della violenza esercitata sugli esseri umani. Natura e storia si sovrappongono: da una parte un mondo in cui gli animali si sono evoluti senza paura, dall’altra le cicatrici lasciate da chi ha trasformato isolamento e fragilità in occasioni di dominio. Quel contrasto diventa la soglia emotiva del libro che invita a guardare oltre la cartolina.

 Walter Landini entra in questa realtà con lo sguardo dello scienziato e la sensibilità del testimone per regalarci un racconto ricco di suggestioni, invitandoci a riflettere su cosa significhi realmente “essere custodi”.

Walter Landini 

Come di consueto ringrazio l’autore che ci ha permesso con questa bella intervista di ripercorrere scoperte, memorie e ferite dell’arcipelago. La sua voce ci ricorda che la natura non è uno scenario preparato per noi, ma una trama di vite di cui siamo parte. Proteggerla non significa rinunciare alla meraviglia, ma significa renderla ancora possibile.

Walter Landini  è nato a Portovenere (La Spezia) nel 1946, è stato curatore del Museo di Geologia e Paleontologia e professore ordinario di Paleontologia all’Università di Pisa. Nella sua carriera ha contribuito in maniera determinante allo sviluppo delle Scienze della Terra con i suoi studi sulla paleontologia dei vertebrati in Italia e all’estero.

Le mie Galápagos di Walter Landini: intervista all’autore

Qual è stato il momento preciso, durante le sue spedizioni, in cui la meraviglia per le Galápagos si è trasformata nella consapevolezza di una ferita?

A Isabela, la grande isola, allora accessibile soltanto per motivi di studio, incontrai alcuni abitanti e vidi i resti del Muro delle Lacrime, testimonianza emblematica della ferocia e dell’insensibilità con cui si era infierito sulla vita umana. La vegetazione lo aveva ormai invaso, quasi volesse sottrarlo alla vista.Era l’isola dei cinque vulcani, dai paesaggi lavici struggenti, che la natura, nel suo splendido isolamento, aveva saputo rivestire con semplicità ed eleganza, raccogliendo spore e polloni vaganti, accogliendo animali giunti alla deriva su intrecci di rami. Un’isola dove, nel corso dell’evoluzione, la paura sembrava essere stata bandita.Eppure, le cicatrici delle antiche ferite inferte dall’uomo erano ancora evidenti. Solo oggi, a distanza di anni, nel momento dei bilanci personali, ho sentito il bisogno di condividerle.

Lei ha studiato l’origine del popolamento delle Galápagos e la biogeografia del Pacifico orientale. Quale scoperta o ipotesi della sua carriera ha cambiato maggiormente il suo modo di leggere l’arcipelago?

Non c’è un momento preciso, né un episodio particolare. Le Galápagos sono entrate nella mia ricerca paleontologica dopo anni di studi lungo la costa pacifica dell’Ecuador, con l’obiettivo di ricostruire gli eventi biologici marini che avevano preceduto e seguito la formazione dell’istmo di Panama e la conseguente separazione degli oceani Pacifico e Atlantico. Fin dai tempi di Darwin erano stati individuati nell’arcipelago piccoli depositi fossiliferi. Dopo tanti anni di ricerche, valeva la pena provarci ancora. A Isabela, nei pressi dell’abitato di Puerto Villamil, individuammo un piccolo affioramento fossilifero che restituì una ricca fauna di molluschi del Pleistocene. I dati raccolti ci permisero di inquadrare questi reperti nel contesto della provincia biogeografica panamica. Conducemmo inoltre un’analisi biogeografica delle faune aviarie e rettiliane, che mise in evidenza possibili origini centroamericane di una parte della fauna delle Galápagos.

Lei invita il visitatore a essere un “ospite custode”. Quali responsabilità concrete dovrebbe assumersi chi visita le Galápagos e, più in generale, chi legge questo libro? Ce ne indichi almeno tre

Il futuro delle Galápagos non è già scritto. Molto dipenderà dalla nostra capacità di riconoscere i limiti imposti dalla fragilità dei loro ecosistemi, senza confondere la valorizzazione dell’arcipelago con il suo sfruttamento. Non pretendo di offrire una ricetta, ma forse qualche riflessione può aiutare.

a) La prima risposta è educativa e culturale

b) Significa non guardarle soltanto attraverso poche immagini iconiche: le tartarughe giganti, le iguane marine, i fringuelli di Darwin. La natura non è uno spettacolo costruito per noi.

c) Alle Galápagos non si dovrebbe arrivare soltanto da turisti, ma con l’umiltà di chi sa di entrare in un mondo che non ci appartiene e non tutto deve essere immediatamente accessibile.

Le Galápagos ci hanno insegnato molto sull’evoluzione della vita e sul posto dell’uomo nella natura. Ora tocca a noi dimostrare di aver imparato qualcosa da quella lezione.

Nel libro, scienza, mito e memoria personale convivono. Che valore attribuisce alla Maldición de la Tortuga? Si tratta di un espediente letterario o di un messaggio?

Non è un espediente letterario: ho ripreso l’espressione dal titolo di un libro di Octavio Latorre del 1990, che raccoglie vicende drammatiche dell’arcipelago, comprese quelle dei primi insediamenti e dei conflitti tra coloni. La sua origine va ricercata nel paradosso che ha segnato il destino delle Galápagos: per secoli, queste isole furono considerate una sorta di dispensa in mezzo al mare, e le tartarughe giganti ne divennero le vittime sacrificali per antonomasia.Ma la storia dei tentativi di colonizzazione delle Galápagos è costellata di fallimenti, tragedie e sogni infranti, quasi che le isole, con i loro giganti buoni, respingessero chiunque tentasse di piegarle alla propria volontà. E la maledizione, in fondo, non è quella della tartaruga, ma quella di un rapporto con la natura che la riduce a nulla più di una risorsa da consumare.

UNESCO e IUCN indicano tra le minacce principali: specie invasive, pesca illegale, inquinamento, crescita turistica e cambiamento climatico. Quale di queste pressioni ritiene più urgente e quale intervento concreto dovrebbe avere la priorità?

I problemi sono di diversa scala. Contro le specie invasive e la pesca illegale esistono progetti di risanamento, sistemi di monitoraggio satellitare, alleanze internazionali come GALAPEX e regolamentazioni degli attrezzi da pesca. Più insidiosa è la crescita dei flussi turistici: una sorta di fuoco amico, alimentato da interessi economici sempre più forti, che rischia di compromettere gli equilibri di ecosistemi fragilissimi proprio in nome della loro attrattiva. Ma la minaccia più vasta ha portata planetaria: i cambiamenti climatici. Qui El Niño, il figlio ribelle dell’equatore liquido, sembra essersi radicalizzato. I dati satellitari mostrano un Pacifico equatoriale che diventa più blu. Non è il blu rassicurante del sereno, ma il segnale di un impoverimento biologico: il riscaldamento delle acque ostacola la risalita dei nutrienti e può ridurre drasticamente la produttività primaria. Un segnale d’allarme per l’intera rete della vita delle Galápagos.


Durata della lettura: 6 MinutiCosa significa essere custodi Ci sono luoghi che a volte ci sembrano che facciano parte più del nostro immaginario che della geografia. Le Galápagos sono probabilmente uno di questi. Isole nate dal fuoco, modellate dall’oceano e abitate da creature che altrove non esistono. Attraverso il libro Le mie Galápagos di Walter Landini scopriamo…


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