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L'allegra montagna di menzogne
Convenzionali di venerdì 18 dicembre 2015


di Gabriele Ottaviani
Le vecchie che gestiscono la bancarella di frutta a un’estremità della piazza hanno cominciato a mettere la loro merce in un carrello, rovesciando un bel po’ di arance, che sono rotolate una per una fuori dal porticato e giù per i gradini e poi solennemente sul lastricato di pietra – la gente le ha inseguite per un po’. E noi, agitando le bottiglie, ci siamo sbellicati dalle risa. Altre granate.

L’“allegra montagna di menzogne” – Diario della Grande Guerra (9 dicembre 1917 – 6 giugno 1918), John Dos Passos, traduzione e cura dell’edizione di Silvia Guslandi, Gammarò edizioni.
Parla di guerra senza parlarne, o meglio facendo sì che emerga per affioramento, dal contesto, non narrando eventi veri e propri, se non in rare occasioni, ma riproducendo in maniera impressionante e col ritmo e l’asciuttezza della cronaca il clima, la vita di quei tempi, quei momenti gravidi di dramma e al tempo stesso di speranze, una in particolare, che tutto finisse il prima possibile. Che la vita ritornasse quella di prima, normale, e dunque straordinaria. La vocazione letteraria del grande autore, ritratto in una delle varie e belle foto che illustrano il volume, bello e agile, piacevolissimo e importante, persino insieme a Ernest Hemingway, qui è palese: ma al tempo stesso il racconto vivido dell’umanità che abitava le retrovie rende il testo un documento storico ancora più prezioso.

Gabriele Ottaviani

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Le vecchie che gestiscono la bancarella di frutta a un’estremità della piazza hanno cominciato a mettere la loro merce in un carrello, rovesciando un bel po’ di arance, che sono rotolate una per una fuori dal porticato e giù per i gradini e poi solennemente sul lastricato di pietra – la gente le ha inseguite per un po’. E noi, agitando le bottiglie, ci siamo sbellicati dalle risa. Altre granate.

L’“allegra montagna di menzogne” – Diario della Grande Guerra (9 dicembre 1917 – 6 giugno 1918), John Dos Passos, traduzione e cura dell’edizione di Silvia Guslandi, Gammarò edizioni.
Parla di guerra senza parlarne, o meglio facendo sì che emerga per affioramento, dal contesto, non narrando eventi veri e propri, se non in rare occasioni, ma riproducendo in maniera impressionante e col ritmo e l’asciuttezza della cronaca il clima, la vita di quei tempi, quei momenti gravidi di dramma e al tempo stesso di speranze, una in particolare, che tutto finisse il prima possibile. Che la vita ritornasse quella di prima, normale, e dunque straordinaria. La vocazione letteraria del grande autore, ritratto in una delle varie e belle foto che illustrano il volume, bello e agile, piacevolissimo e importante, persino insieme a Ernest Hemingway, qui è palese: ma al tempo stesso il racconto vivido dell’umanità che abitava le retrovie rende il testo un documento storico ancora più prezioso.

Gabriele Ottaviani

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