La voce di Caproni

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20/06/2021, ore 16:16

L’eccellente volume dedicato a Giorgio Caproni  (A trent’anni dal “Congedo” di Giorgio Caproni), che raccoglie sei brevi saggi di ottimi studiosi, stimola riflessioni e memorie. Giacché la fortuna del poeta si è accesa solo negli ultimi trent’anni, nelle università e nei convegni, anche internazionali, superando il confine di una latenza di chi, insieme a Montale e a Sereni, è il maggior poeta del nostro Novecento. Manca, ad esempio, il nome di Caproni, livornese trapiantato ancora ragazzino a Genova (le due città del suo cuore), e poi a Roma come maestro elementare, nell’Otto-Novecento (Sansoni/Accademia, 1974) di Gianfranco Contini. Imperdonabile assenza. E le antologie scolastiche? Si chiede Francesco De Nicola nel saggio di apertura del volume. Il lettore mi conceda al proposito un ricordo personale sotto forma di autodafé, dove entra in ballo Caproni. Nell’aprile 1985, quando collaboravo con la Scolastica Garzanti, l’editore convocò all’improvviso me e Gina Lagorio, allora sua moglie: brava scrittrice e donna di acuta sensibilità. Con gli abituali modi ironici ordinò: «Vi affido la direzione di un’antologia letteraria per il biennio delle superiori». Pronta per quando? Chiedemmo timorosi. «Deve andare in stampa il febbraio prossimo». Ci guardammo basiti: otto mesi di tempo, con le ultime bozze per fine dicembre. Ci mettemmo al lavoro organizzando, a seconda delle competenze, un’équipe di diciotto collaboratori, compresi due universitari. L’editore decise per noi il titolo: Antologia Garzanti: Ottocento e Novecento, in due volumi. Toccò a noi, per buona sorte, scegliere il taglio: volevamo un’antologia di respiro mondiale – sì, l’Italia ci stava stretta, e la organizzammo cronologicamente, ma, era la vera novità, per tematiche, secondo il criterio della letteratura comparata. Tuttavia, arrivati dopo fatiche infinite alla fine di dicembre con l’intero malloppo delle prime bozze pronte, constatammo che avevamo di fronte 2000 pagine, invece delle 1600 previste. Bisognava tagliare spietatamente, e ci andò di mezzo anche Caproni, ridotto a due poesie, peraltro fra le più belle, “Sirena” e “Scalo dei fiorentini”. Del resto ne aveva solo due anche Saba, e Ungaretti tre. Ma Montale cinque. Accadde che Caproni telefonasse a Gina, accorato: «Solo due poesie? Mi considerate così poco?». E aveva ragione, benché non fosse questione di stima. Bene, arriviamo all’oggi. Da immaginare che qualcosa sia cambiato. Nossignore: nel primo saggio, Francesco De Nicola elenca con scrupolo la presenza (minima) di Caproni nelle antologie per le superiori, concludendo che nella più diffusa, la leggendaria, per copie vendute, Il piacere dei testi (Baldi, Giusso, Razetti e Zaccaria), «sono solo tre le pagine per Caproni con una poesia, a fronte delle 80 pagine per Montale con 19 suoi testi». Incredibile. Per la scuola, 36 anni passati invano.

Ma torniamo al libro dei nostri studiosi. Angela Siciliano (“La formazione ‘labronica’ di un poeta”) pone in rilievo con finezza gli effetti da Dolce Stil Novo del Seme del piangere. Storia in versi, e «poesia d’asciutta grazia», della madre di Caproni, Annina, da giovane. Con l’apparizione e il passaggio della ragazza per le vie di Livorno «in un’atmosfera di sospensione atemporale». Maria Teresa Caprile (“Il linguaggio poetico del primo Caproni: un’analisi tematica e lessicale”) mette in luce «un’inquietudine esistenziale, sottesa di fatto a tutta la sua opera», veicolata dalla musicalità, o meglio, come asseriva Caproni, dalla «musica», fino alla parola «più essenziale e lapidaria» degli ultimi anni, e organizza uno spoglio minuzioso del lessico del poeta, rilevando le ricorrenze. Ne esce la «consapevolezza della fugacità e vanità delle cose». Significativi i termini che denotano oscurità e tenebre. Francesca Irene Sensini, in “Anarchici e fuori tema. Orti, giardini e fiori di GiorgioCaproni”), segnala la «verticalità vocazionale dell’orto (ligure) caproniano che «si propaga dall’epicentro fantastico di Genova facendo salire in alto e poi crollare giù il mondo». Ma tale, vorrei aggiungere, è la costante del poeta: contrapposizione di opposti (così luci e buio) che poi finiscono coll’elidersi fondendosi e lasciando come risultato ultimo lo smarrimento e il vuoto, specialmente nelle poesie della vecchiaia. Valentina Colonna (“Giorgio Caproni: musica della pagina e della voce”), analizza registrazioni vocali fatta dal poeta (alcune reperibili dal lettore su youtube), confermandomi in una mia convinzione di sempre: che la sua poesia, declamata, acquisti un fascino ancor maggiore. Mentre Federico Marenco (“Il rebus del ritratto”) evoca con tenerezza il ritratto-collage di Caproni fatto dal pittore Flavio Costantini. A questo punto, mi chiederà il lettore, pur avendo ricavato indicazioni da quanto sopra, da dove nasce l’incanto della poesia di Caproni? Il mio parere: dall’effetto della mescidazione di una forte istintualità (che diviene effusione lirica vicina alla musica) con l’intellettualismo (l’uso costante di inarcature e rime, anche interne, calcolatissime). Dalla suggestione, soprattutto nella raccolta Il passaggio di Enea, calata nel tempo di guerra, di un realismo magico che sconfina in una metafisica pervicacemente minore (è un viaggio nell’Erebo avvolto nella nebbia, con umili uomini, ombre che passano fugaci, fiochi fanali, latterie di povera gente). È nella delicatezza del Seme del piangere e nella malinconica solitudine del Congedo del viaggiatore cerimonioso, e nella perdita di identità degli ultimi versi, così franti, pervasi dall’angoscia del nulla. È ben tutto questo a farcelo amare.


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