Non è la prima volta che Marco D’Aponte si cimenta con una trasposizione a fumetti di un classico della letteratura (ricordiamo qui almeno gli adattamenti de La luna e i falò di Pavese e Sostiene Pereira di Tabucchi, entrambi realizzati su sceneggiatura di Marino Magliani), una pratica su cui si sono esercitati i maggiori fumettisti italiani della generazione passata, da Hugo Pratt a Dino Battaglia. Con Uova fatali (Töpffer, 2023) egli ha deciso di mettersi alla prova facendosi sceneggiatore di fiducia di se stesso.
Scritto nel 1925, l’omonimo racconto lungo di Bulgakov narra di uno scienziato russo che, in piena era staliniana, scopre un raggio misterioso capace di potenziare l’attività cellulare. Applicata incautamente a delle uova di serpente, la scoperta avrà conseguenze terrificanti.
Ambientato in una Mosca dalle architetture insieme futuriste e futuribili (l’azione si colloca nel 1928 e questo giustifica le venature fantascientifiche di cui è tinto il racconto), il fumetto rimane sostanzialmente fedele al testo di partenza, di cui rimarca le velate intonazioni satiriche nei confronti del regime (le figure caricaturali dei funzionari del partito). Assai felice l’orchestrazione del ritmo narrativo: serrato e insieme fluido, di grande sintesi espressiva; con didascalie e dialoghi talora assai fitti, ma mai ridondanti (D’Aponte si è giovato della bella traduzione dal russo di Maria Olsufieva, realizzata per le edizioni De Donato nel 1967). Di bell’impatto grafico la parte conclusiva della vicenda (l’assalto dei lucertoloni giganti alla capitale), restituita attraverso immagini di sinistra, allucinata densità visiva.
Codex Rubens (Töpffer, 2022) nasce invece dalla collaborazione tra D’Aponte e i francesi Michel Hoëllard e Nathalie Neau. Sono questi ultimi gli autori dell’ingegnosa sceneggiatura che ripercorre la vita di Rubens con spirito alieno da soverchi scrupoli di ordine filologico. Ne è emersa una biografia romanzata, trapuntata da anacronismi esibiti con nonchalance (la gentildonna del Seicento che sfreccia in bicicletta per le vie di Mantova) e inopinati inserti western in bianco e nero (un affettuoso ossequio alla mitica serie Bonelli); una biografia dove agli eventi decisivi che segnarono la carriera e la fortuna del grande maestro fiammingo (il suo lungo soggiorno in Italia, i rapporti con il duca di Mantova e la regina di Francia Maria de’ Medici…) si alternano eventi immaginari, incontri impossibili (quello con Pablo Picasso in un piccolo villaggio della Spagna chiamato Guernica; episodio che include, tra l’altro, un omaggio a Courbet).
D’Aponte asseconda la spigliata verve narrativa dei suoi sceneggiatori ricorrendo a intuizioni visive e soluzioni cromatiche di impasto pittorico, tese, per quanto possibile, a richiamare alla memoria le incandescenze barocche di Rubens (D’Aponte – ricordiamolo – è stato a lungo, ed è tuttora, un pittore e un illustratore, oltre che un autore di graphic novel). Più asciutto e funzionale si fa il suo segno nell’illustrare la vicenda che si dipana in parallelo con quella principale: una sorta di subplot ambientato nella Germania dei nostri giorni, che vede una giovane donna e alcuni suoi amici alle prese con il ritrovamento di un antico manoscritto: il Codex Rubens, appunto.
Nicola Rossello
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