Pure se ammantato da caligine - addendo della minuta osservazione di questi tempi ultimi -, l’ordito speculativo di Claudio Sottocornola non si striminzisce nella mera denuncia, individuando alternative possibili allo sfacelo. In altri termini: se da un lato il suo filosofare non distoglie lo sguardo sulle rovine del tardo-capitalismo, dall’altro si sottrae al vigore partigiano del dibattito attuale, connotando la propria escatologia del valore aggiunto di una pars costruens. Nel nuovo compendio di saggi brevi che manda in stampa per le edizioni Oltre, Quella voglia di vivere che non c’è più, l’alternativa al disfattismo fine a se stesso è già nel sottotitolo: “emergere dal disincanto postmoderno”, recita. Un’emersione che passa dal recupero di orizzonti assiologici perduti, dal ritorno a un mythos disalienante, affrancatore dal cul de sac – ontologico, gnoseologico, teleologico – nel quale le società occidentali brancolano da cieche.
Prima di addivenire all’assunto propositivo introdotto dall’autore, mi preme rintracciare un esempio di come lo sguardo di Sottocornola sappia farsi acuto, capace di fissare la sciatteria esistenziale che vede coinvolta oggi la netta maggioranza della popolazione mondiale.
Mi riferisco, per esempio, al triste declino dell’immagine femminile contemporanea. Durante l’estate, quando mi muovo per la città, non posso fare a meno di notare stuoli di giovani ragazze – non sempre in perfetta forma fisica – che esibiscono top e slip da spiaggia in pieno centro, mentre più attempate signore le imitano con indumenti, trucco e colori più adatti a una serta in discoteca che allo shopping urbano, e in generale si intuisce che a una ormai metabolizzata esibizione del corpo come strumento attrattivo non corrisponde più una sia pur epidermica ricerca di bellezza, ma piuttosto di mera comodità fisica. La seduttività si applica ormai in senso meramente biologico, proporzionalmente insomma alla quantità di superficie corporea scoperta e proposta allo sguardo altrui. Non più come arte del coinvolgimento, della ritualità simbolica, come elaborata danza della vita [...] D’altro canto non si pensi che il sesso maschile ne esca nobilitato, perché anzi proprio esso è protagonista di una involuzione che rasenta una involontaria comicità. Lo stile tenageriale dei calzoni al ginocchio e delle T shirt ha infatti finito col contagiare ogni fascia di età, che ne fornisce spesso una versione incredibilmente peggiorativa. Così uomini di mezza età, ma anche canuti pensionati, si presentano al ristorante o alle funzioni religiose con calzoncini corti [...] coloratissime T shirt (con improbabili inglesismi) e infradito, al netto di un peso che non è certo quello forma.
(Gloria e degrado del corpo post-moderno, pp.21-27)
La progenie-zombi del Capitale (la crudezza della definizione è mia) in tenuta (?) estiva è, del resto, la medesima che veste-parla-si atteggia-chatta-motteggia-americaneggia non solo alla faccia del comune senso del pudore ma, peggio ancora, del buon senso estetico. La stessa di cui intravedeva i prodromi il Battiato degli “scemi che si muovono” e degli “occhiali da sole / per avere più carisma e sintomatico mistero”. La citazione non è peregrina poiché, avendo frequentato le pagine di quasi tutti i saggi di Sottocornola, la sua filosofia - attestata fra cielo e terra, critica dei costumi e trascendenza, antimodernismo (cum grano salis) ed ermeneutica - lo assimila all’autore siciliano. Il segno filosofico di Claudio Sottocornola, oltre che avulso dalla pedanteria, possiede l’aspetto aggiuntivo della trasversalità esegetica, in grado com’è di fissare l’abisso del quotidiano senza per questo evitare il focus metafisico che - anti-niccianamente - lo trascende.
Conducendoci fra le male bolge di una società reificata-ipnotizzata, dibattuta fra mercificazione dei corpi, uniformità ontologica, deliri transumanisti, intelligenza artificiale e passività di gruppo, Sottocornola comprova le ragioni di uno scoramento no-future che adirebbe a una perdita di speranza. Non fosse che alle lucide stazioni che evidenziano il grado zero delle civiltà contemporanee, l’autore fa seguire le sfide determinanti - le sole possibili per uscire dall’impasse - da giocarsi sul terreno di libertà e responsabilità. Basilare risulta in tal senso un altro recupero ontologico, quello della “dimensione registica dell’essere umano, chiamato a essere artefice del proprio destino”. Sulla scorta di numerosi riferimenti filosofici – Agostino, Leopardi, Platone, Foscolo, Pico della Mirandola, Panikkar –, Sottocornola introduce insomma un modello “antropologico” di riscatto individuale, in cui l’accidia lasci il posto all’impegno, al recupero di senso, prioritari per una diversa gestione - consapevole, quindi progettante - della realtà. Ancora una volta il mythos resta la categoria portante del pensiero del filosofo, elemento (ente?) foriero di un umanesimo che apra alla speranza, volano liberatorio di un’umanità robotica che spera a vuoto.
La realtà abbandonata alla sua dimensione fisico-meccanica, e dunque anche economica, latita di senso, naufraga nel tedio, degrada nel banale e nell’ovvio, sconfina nell’inaccettabile esistenziale [...] Dobbiamo tornare a innamorarci del mito, di quella dimensione trasfigurante, redentiva e salvifica che investe di senso, valore, prospettiva la nostra quotidiana esistenza, collocandola nell’orizzonte di una trascendenza che continuamente la motivi a perseverare, insistere, maturare, coltivando una fedeltà ontologica al proprio destino che non ci deluderà mai, ma piuttosto sosterrà nell’esodo e nelle prove della vita.
A prescindere da come possiate pensarla, Quella voglia di vivere che non c’è più è un compendio dialettico, quindi non livoroso e nemmeno divisivo. E questo malgrado alimenti pensieri coraggiosi e, molto spesso, contro-tendenti. Un saggio denso, gravido di spunti per tempi di crisi, insomma. Convintamente consigliato.