Nei Balcani senza pace di Stefano Terra

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27/03/2026, ore 05:36

da Avvenire / Percorsi del 27/03/2026

La Porte di Ferro sono una profonda gola attraverso la quale passa il Danubio al confine tra la Serbia e la Romania. Un luogo attraversato non solo dalle acque, ma dalle tensioni del Novecento. Il romanzo di Stefano Terra che porta il loro nome - Le Porte di Ferro, uscito nel 1979 e ora finalmente riproposto da Gammarò - si conclude proprio tra quei monti e quelle acque in un momento della storia decisivo per le storia d’Europa: la Conferenza di pace di Parigi del 1947. Vi mette in scena i giochi della diplomazia, ma soprattutto la ribellione di alcuni gruppi rivoluzionari al nuovo ordine che tanti disastri avrebbe portato in una zona come quella balcanica. Stefano Terra è lo pseudonimo scelto dal giornalista, scrittore, poeta, drammaturgo e saggista Giulio Tavernari (Torino 1917-Roma 1986), uomo dalla vita assai avventurosa. Operaio a 13 anni, antifascista a tutto tondo, amico di Cesare Pavese e Leone Ginzburg, nel 1941 va in esilio a Il Cairo con il gruppo di Giustizia e Libertà, di cui fanno parte Paolo Vittorelli, Aldo Garosci e Carlo Rosselli. Lì inizia la sua attività giornalistica. Nel frattempo è diventato trotskista. Si sposta poi in Palestina per seguire l’esperimento, promosso da Enzo Sereni, di un kibbutz in cui il sindacato porti avanti le istanze dei lavoratori sia ebrei sia arabi. Tornato in Italia, nel 1946 viene chiamato da Elio Vittorini a “Il Politecnico”. Dal 1950 al 1953 è corrispondente da Belgrado per la Rai e per l’Ansa. Incontra Tito e scrive un saggio su di lui. Infine, è inviato nei Balcani e il Medio Oriente per il quotidiano “La Stampa”, risiedendo in Grecia, che sarà la sua seconda patria.
Nel 1968 abbandona il giornalismo per dedicarsi esclusivamente alla scrittura. A riaccendere i riflettori su questa figura attiva nel panorama letterario del secondo dopoguerra, ma oggi caduta nell’oblio, è stato il germanista Claudio Magris che in un articolo sul “Corriere della sera” del 25 novembre 2018 ha raccontato di come in quei giorni si fosse finalmente deciso a leggere il libro, riposto in uno scaffale con sulla costa quel titolo così evocativo per lui, autore di Danubio. Era lì intonso, con tanto di dedica dell’autore, dal 1979, quando era uscito da Rizzoli, per poi aggiudicarsi il Premio Viareggio nel 1980. Magris era rimasto folgorato da quella tardiva lettura e aveva caldeggiato la ripubblicazione del romanzo. Ora torna in libreria per l’editore che di Terra ha già ripubblicato lo scorso anno La fortezza del Kalimegdan e nel 2023 Alessandra, vincitore del Campiello nel 1974. Siamo di fronte, dunque, a un autore affermatosi in vita, ma sul quale il tempo ha fatto cadere la sua polvere. Rimossa la quale, però, possiamo gustare una vera spy story. «A rileggerlo oggi è da considerare il suo miglior romanzo», il giudizio che ne dà nell’introduzione il curatore del volume, lo scrittore Diego Zandel. Fu un autore prolifico Stefano Terra. E Zandel fornisce un percorso tra i suoi scritti di vario genere - ma «tutti nati da urgenze che sentiva dentro di sé, che gli agitavano l’anima, la coscienza» - seguendo le fasi della vita dell’autore. Al primo periodo, quello legato all’azione - dalla guerra, alla Resistenza e alla militanza in GL - appartengono Morte di italiani, La generazione che non perdona, entrambi pubblicati a Il Cairo nel 1942 per le edizioni di Giustizia e Libertà, e Il ritorno del prigioniero (1944). A inaugurare la stagione meno memorialistica e più letteraria della sua produzione è il primo vero romanzo uscito dalla sua penna: La fortezza del Kalimegdan, del 1956. Ad esso seguono Calda come la colomba (1971), Alessandra (1974), Il principe di Capodistria (1976), Le porte di ferro (1979). Infine Albergo Minerva (1982), che si aggiudica il Premio Scanno, e Un viaggio, una vita (1984). Due fasi della vita che si riflettono anche nella scrittura. In Le porte di ferro, così come ne La fortezza del Kalimegdan l’autore si sdoppia in un sé più anziano e disincantato che osserva un sé più giovane e idealista. Nel romanzo danubiano i due alter ego si chiamano Gerolamo Traversa e Fioravanti. Il primo, ormai ospite di una casa di riposo in Palestina, racconta a Eleni, la greca che la gestisce, «l’avventura “Fioravanti” che accompagnò gli anni della mia vita che ricordo più volentieri». I due personaggi si incontrano sul treno per Parigi in procinto di andare alla conferenza, che Terra realmente seguì. Traversa è stato incaricato da vecchie conoscenze dei servizi segreti - un britannico e un sovietico (ucraino), ai quali deve e qualche favore dai tempi di un esilio portoghese - di “accompagnare” l’inesperto Fioravanti. Il giovane - esponente intellettuale della Quarta internazionale trozkista che scrive sulle riviste della sinistra inglese e americana - è indicato come una testa calda, dietro la quale si agitano gruppi - da arabi a balcanici fino ai nazionalisti ucraini - che potrebbero approfittare dell’evento per compiere azioni spettacolari antistaliniste o veri e propri attentati. 
Per questo al riottoso Traversa viene chiesto, alle estreme, di fermarlo «in qualsiasi maniera». È evidente sin da subito, però, che l’anziano e navigato cronista, abituato a muoversi al di là dell’ufficialità, non solo aiuterà il giovane, ma ne sarà affascinato. Come anche dalla giovane compagna (in senso politico) che viaggia con lui: Eretria. Nome greco, ma passaporto egiziano, è la ricca ereditiera di una libreria-tipografia a Il Cairo, dove - con evidenti richiami alla biografia di Terra - il gruppo trotskista di Fioravanti si riuniva. Donna apparentemente fragile e malinconica. Ma che sa andare al cuore delle questioni. «Qui a Parigi ho l’impressione che si vada verso un nichilismo da quattro soldi e a quella forma di bohème politica insopportabile», gli dice. Mentre Fioravanti è lucido e preveggente. Invita Traversa, corrispondente di un giornale italiano molto diffuso, a parlare della Palestina, dove «si sta preparando una situazione che assicurerà lavoro ai fabbricanti di armi per almeno qualche decennio». Così come nel fiume di parole della Conferenza si preparano dittature, controrivoluzioni, campi di concentramento. «E negli stessi dibattiti per i trattati di pace bilaterali i generali tracciano sulle carte geografiche dei confini che sono bombe a scoppio ritardato, dei pretesti per la propaganda dei nazionalisti» Nel racconto di Traversa a Eleni trovano spazio anche le confidenze con Annita, sua ex amante, da cui la guerra lo ha separato. È tornata a Parigi dall’America. Ma ora vuole tornarci con lui. In realtà alla fine a emigrare con Annita non sarà Traversa, bensì un altro dei personaggi evocati. Mentre di Fioravanti il più anziano amico sentirà ancora parlare da un fotografo americano, reduce da Sarajevo, come uno dei capi dei Banderovisti, i nazionalisti ucraini che si ribellano al nuovo ordine. Il giovane italiano dai capelli rossi, venuto dalla Tracia e abile a spingersi tra le montagne della Bosnia fino alle Porte di Ferro, i serbi lo chiamano Zvetko, “fiore”. Ma la sua vera identità, così come quella di altri personaggi, luoghi e situazioni sarà svelata da Eleni-Elenizza-Helen, la raccoglitrice della confidenze di Traversa, solo nel finale. Come in un intrigo che si rispetti.

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