“Le porte di ferro” è l’opera della maturità di Stefano Terra, autore non più dimenticato ma rilanciato. Tra narrazione, reportage e riflessione morale, sono protagonisti due giornalisti, uno giovane e idealista, l’altro anziano e disincantato, alla Conferenza di Pace di Parigi, che ridisegnò con compromessi e spartizioni il mondo dopo la seconda guerra mondiale, tradendo ideologie, popoli e territori. La Storia tutto travolge e gli uomini possono solo provare a resistere…
Stefano Terra non è più uno scrittore dimenticato, e mai lo era stato fra addetti ai lavori e specialisti, ma adesso si tratta di farlo conoscere quanto più possibile. Torinese di nascita, di umili origini, innamorato della Grecia, classe 1917, scomparso quarant’anni fa, Stefano Terra torna per la terza volta in libreria nel giro di poco tempo. E, come nelle due occasioni precedenti, anche stavolta il nostro piccolo osservatorio sulla bella letteratura si sofferma su un altro volume rispolverato dal marchio Gammarò della casa editrice Oltre, ancora una volta con lo zampino dello scrittore Diego Zandel, autore dell’introduzione.
Non una compiuta trilogia, ma…
Le porte di ferro (192 pagine, 18 euro), questo il titolo del romanzo di Stefano Terra che i lettori possono tornare ad apprezzare. Con La fortezza del Kalimegdan (ne abbiamo scritto qui) del 1961 e con Alessandra (ne abbiamo scritto qui) del 1963, il romanzo del 1979, Le porte di ferro, non costituisce una compiuta trilogia, ma queste opere, assieme, restituiscono la traiettoria della coscienza europea del dopoguerra. Diversi per tono, struttura e prospettiva, i tre romanzi di Stefano Terra condividono alcune linee profonde: la centralità dei Balcani come metafora del vecchio continente, spazio di confine, mescolanza, tensione permanente e conflitti irrisolti, un’Europa di contraddizioni e zone grigie, attraverso luoghi, epoche e ideologie; la consapevolezza che la storia è una forza impersonale e travolgente, capace di modellare le vite, di individui che possono solo provare a resistere; la caratteristica comune ai protagonisti delle storie, varianti dello stesso autore, impegnati a comprendere il proprio ruolo nella storia, oscillando tra idealismo, disillusione e testimonianza.
Verso la Guerra Fredda
Se ne La fortezza del Kalimegdan Stefano Terra definisce il proprio sguardo – un misto di curiosità, inquietudine e attrazione verso ciò che si muove ai margini dell’Europa ufficiale – e con Alessandra abbandona la dimensione più apertamente geopolitica per concentrarsi su una storia intima, psicologica, con una scrittura più densa e attenta ai dettagli emotivi, Le porte di ferro – edito da Rizzoli, che non l’ha più riproposto, sebbene avesse anche vinto il premio Viareggio – è l’opera della maturità. Sono tutti titoli figli della vita avventurosa del giornalista (inviato e corrispondente, in Medio Oriente e nei Balcani) e scrittore, ma quest’ultimo romanzo è decisamente più seducente, col suo mix di narrazione, reportage e riflessione morale. La sua scrittura lucida e incalzante osserva la storia che ridisegna il mondo, nell’immediato dopoguerra, le grandi potenze che sacrificano i popoli, la nuova Europa concepita attraverso compromessi e spartizioni, le zone d’ombra della diplomazia internazionale e la scintilla della Guerra Fredda.
Sicari, agenti segreti, trotzkisti
Il titolo rimanda a una gigantesca chiusa sul fiume Danubio, che oggi divide Bulgaria e Serbia e che, ai tempi della Jugoslavia di Tito, era un fulcro delle trame degli attori protagonisti nella contrapposizione tra blocco dell’ovest e blocco dell’est, un luogo da cui passavano spie e armi. Le porte di ferro non è solo una spy-story carica di intrighi, ambiguità e manipolazioni, un romanzo d’azione e crimini con due protagonisti – Fioravanti, giovane giornalista, di ideali trotzkisti, e Gerolamo Traversa, stesso mestiere, ma vissuto da molti anni e con tanto disincanto, è lui la voce narrante; – ma scava in un’epoca che sacrifica alla ragion di Stato popolazioni e territori, tradendo ideali e non solo, in nome del potere. I due protagonisti, che si incontrano su un treno, sono diretti alla Conferenza di Pace di Parigi, convocata alla fine della seconda guerra mondiale; rappresentano due età e le diverse personalità e convinzioni, nel tempo, dello stesso Stefano Terra. L’appuntamento diplomatico è preso d’assalto da delegati e agenti segreti, da eroi e sicari, e non ci vuol molto a comprendere in che direzione vanno i colloqui internazionali fra superpotenze. A fronte di un Traversa disillusa, Fioravanti cova ancora sogni rivoluzionari in seno all’area comunista e rapporti pericolosi con gruppi di lotta armata che, specie nell’Europa dell’est vogliono opporsi alle decisioni prese a Parigi, sulla scia degli accordi di Yalta. Un romanzo con i fiocchi.
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