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Mirna e Ivan, l'amore nei Balcani in fiamme
BresciaOggi di mercoled 7 luglio 2021
Sullo sfondo della guerra nella ex Jugoslavia, l'ode alla tolleranza e contro il nazionalismo di Di Donato

di Eugenio Barboglio
Di Donato ce lo dice alla fine che cosa è il suo libro: «A volte sembra un romanzo, a volte un diario, a volte un manuale di storia». A pensarci bene non sai dove Valerio ha ceduto di più, se al romanzo o al saggio. Ha giocato sul crinale. La prima parte inclina al saggio, la seconda è romanzo a briglia sciolta.
Di Donato - diciamocelo - il saggio sulle guerre dei Balcani prima o dopo lo scriverà. Ma intanto ha scelto il romanzo, fatto di metafore precise, di una scrittura che non manca mai il bersaglio. Una storia d'amore che non sta a lungo nascosta nella Grande Storia, tra Seconda guerra mondiale e anni Novanta. Appena può salta in primo piano, con intensità, con forza. Mima è flessuosa e ha occhi orientali. Ivan, una zazzera nera, colto, tutto lo zio italiano Tonci. Cosa li unirà? Tolleranza e Rem. La loro storia finisce per venir fuori, come prigioni dalla pietra, in mezzo alle fiamme dei Balcani. I Balcani si accendono e sanguinano, e Di Donato, che è attratto dalla Storia come il ferro dalla calamita, per un po' resiste. Ci spiega che i serbi e i croati ... E gli italiani prima ... 40 anni fa ... Ma alla fine deve cedere. Cede a Mima e Ivan.
Le storie, parti per scriverle ma ad un certo punto sono loro che si scrivono, si sa, e probabihnente alla fine della sua fatica deve esserselo detto an- che Di Donato. Girando l'ultima pagina, vergando l'ultima frase ... : «Bravo, farai davvero il giornalista tu», dice Veronika/ Mima al figlio Andrej. Già ... proprio come Di Donato, tanti anni al Giornale di
Brescia. La frase chiude l'ultimo dei mille cerchi che apre il libro. Quellò più personale, il piano che Di Donato insinua alla fine, nella trama che ha intessuto, di violenza, amore e atavici risentimenti. Un scheggia di se stesso, biografica, è come se gli rodesse far la parte solo della voce fuori campo, confinato a margine, destino crudele di ogni scrittore. «Valerio non sei Ivan, non sei Tonci! » «Ma sono un pezzo di loro».

La storia d'amore tra Mima e Ivan è uno di questi cerchi. Il duello a distanza tra Tonci e Mirko, il killer mancato del professore italiano, è un altro. Ma l'amore è sicura.mente più forte dèlla morte in questo libro, anche se di morte ce ne è tanta. L'amore dei due giovani e i legami famigliari superano il tempo, i secoli. La famiglia metà italiana è sempre lì.a Fasana, aggrappata alle radici, nel cuore dell'Istria, laboratorio di tolleranza interetnica; è lì, nonostante tutto, nonostante foibe e esodo, Tito e Milosevic, cetnici e ustascia. L'impronta italiàna, come l'amore tra Ivan e Mima, è tenace, resta. Non ci sono psichiatri abbastanza pazzi, registi e boia della faida balcanica, che tengano. Nè prima-comunisti accecati dall'ideologia, capaci di fermare l'amore o sradicare culture millenarie. Il matrimonio tra Ivan e Mima, nella luce di Rovigno, sarà una resa dei conti, come lo è stata la guerra balcanica. Ma non c'è spargimento di sangue tra Tonci e Mirko. Nella luce di Rovigno si tirano i fili, come in un giallo della Christie. Ma niente sangue, solo Rakija. Alla faccia delle pulizie etniche, vuole dirci Di Donato, e al netto dei calcoli spietati di élite guerrafondaie e apparati post ideologici ci direbbe Paolo Rumiz, i due vecchi duellanti, come degli Armand e Gabriel in pensione, nelle ultime pagine di «Le Fiamme dei Balcani» (edizioni Oltre, 18 euro) si fanno simbolo di un modello di convivenza, dall'Istria a Saraievo, che è il vero protagonista del libro di Di Donato, il rimpianto e insieme il sogno dello scrittore, e il movente del romanzo, e la vittima inascoltata del delirio nazìonalista.


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BresciaOggi - mercoled 7 luglio 2021
Sullo sfondo della guerra nella ex Jugoslavia, l'ode alla tolleranza e contro il nazionalismo di Di Donato

di Eugenio Barboglio
Di Donato ce lo dice alla fine che cosa è il suo libro: «A volte sembra un romanzo, a volte un diario, a volte un manuale di storia». A pensarci bene non sai dove Valerio ha ceduto di più, se al romanzo o al saggio. Ha giocato sul crinale. La prima parte inclina al saggio, la seconda è romanzo a briglia sciolta.
Di Donato - diciamocelo - il saggio sulle guerre dei Balcani prima o dopo lo scriverà. Ma intanto ha scelto il romanzo, fatto di metafore precise, di una scrittura che non manca mai il bersaglio. Una storia d'amore che non sta a lungo nascosta nella Grande Storia, tra Seconda guerra mondiale e anni Novanta. Appena può salta in primo piano, con intensità, con forza. Mima è flessuosa e ha occhi orientali. Ivan, una zazzera nera, colto, tutto lo zio italiano Tonci. Cosa li unirà? Tolleranza e Rem. La loro storia finisce per venir fuori, come prigioni dalla pietra, in mezzo alle fiamme dei Balcani. I Balcani si accendono e sanguinano, e Di Donato, che è attratto dalla Storia come il ferro dalla calamita, per un po' resiste. Ci spiega che i serbi e i croati ... E gli italiani prima ... 40 anni fa ... Ma alla fine deve cedere. Cede a Mima e Ivan.
Le storie, parti per scriverle ma ad un certo punto sono loro che si scrivono, si sa, e probabihnente alla fine della sua fatica deve esserselo detto an- che Di Donato. Girando l'ultima pagina, vergando l'ultima frase ... : «Bravo, farai davvero il giornalista tu», dice Veronika/ Mima al figlio Andrej. Già ... proprio come Di Donato, tanti anni al Giornale di
Brescia. La frase chiude l'ultimo dei mille cerchi che apre il libro. Quellò più personale, il piano che Di Donato insinua alla fine, nella trama che ha intessuto, di violenza, amore e atavici risentimenti. Un scheggia di se stesso, biografica, è come se gli rodesse far la parte solo della voce fuori campo, confinato a margine, destino crudele di ogni scrittore. «Valerio non sei Ivan, non sei Tonci! » «Ma sono un pezzo di loro».

La storia d'amore tra Mima e Ivan è uno di questi cerchi. Il duello a distanza tra Tonci e Mirko, il killer mancato del professore italiano, è un altro. Ma l'amore è sicura.mente più forte dèlla morte in questo libro, anche se di morte ce ne è tanta. L'amore dei due giovani e i legami famigliari superano il tempo, i secoli. La famiglia metà italiana è sempre lì.a Fasana, aggrappata alle radici, nel cuore dell'Istria, laboratorio di tolleranza interetnica; è lì, nonostante tutto, nonostante foibe e esodo, Tito e Milosevic, cetnici e ustascia. L'impronta italiàna, come l'amore tra Ivan e Mima, è tenace, resta. Non ci sono psichiatri abbastanza pazzi, registi e boia della faida balcanica, che tengano. Nè prima-comunisti accecati dall'ideologia, capaci di fermare l'amore o sradicare culture millenarie. Il matrimonio tra Ivan e Mima, nella luce di Rovigno, sarà una resa dei conti, come lo è stata la guerra balcanica. Ma non c'è spargimento di sangue tra Tonci e Mirko. Nella luce di Rovigno si tirano i fili, come in un giallo della Christie. Ma niente sangue, solo Rakija. Alla faccia delle pulizie etniche, vuole dirci Di Donato, e al netto dei calcoli spietati di élite guerrafondaie e apparati post ideologici ci direbbe Paolo Rumiz, i due vecchi duellanti, come degli Armand e Gabriel in pensione, nelle ultime pagine di «Le Fiamme dei Balcani» (edizioni Oltre, 18 euro) si fanno simbolo di un modello di convivenza, dall'Istria a Saraievo, che è il vero protagonista del libro di Di Donato, il rimpianto e insieme il sogno dello scrittore, e il movente del romanzo, e la vittima inascoltata del delirio nazìonalista.


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