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Morovich, maestro del racconto surreale
La Repubblica di domenica 17 ottobre 2021
Primi anni Settanta, in oscura stanzetta in via 25 aprile si riunisce la sezione genovese del Sindacato Libero Scrittori. Siamo proprio in pochi: il presidente Nino Palumbo, lo scrittore pugliese stabilitosi a San Michele di Pagana e fondatore del premio Rapallo Prove, la signora Minnie Alzona, autrice di buoni romanzi ma soprattutto presidente del Lyceum che sulla Terrazza Martini ...

di Francesco De Nicola

Primi anni Settanta, in oscura stanzetta in via 25 aprile si riunisce la sezione genovese del Sindacato Libero Scrittori. Siamo proprio in pochi: il presidente Nino Palumbo, lo scrittore pugliese stabilitosi a San Michele di Pagana e fondatore del premio Rapallo Prove, la signora Minnie Alzona, autrice di buoni romanzi ma soprattutto presidente del Lyceum che sulla Terrazza Martini (grattacielo di piazza Dante) organizza incontri con i maggiori scrittori italiani, un giornalista scrittore che mi par di ricordare si chiamasse Marzolla, un paio di altri il cui nome ho dimenticato e un omone alto e taciturno con un cappottone grigio lungo fino ai piedi. Palumbo mi dice che si chiama Enrico Morovich, ma io non so niente di lui e allora m'informo. E' un esule fiumano, giunto nel 1958 a Genova dove come ragioniere lavora al Consorzio Autonomo del Porto. Ma più di questo m'interessa la sua singolare storia di scrittore che, negli anni

Trenta, dalla natia Fiume mandava racconti sia alle più prestigiose riviste culturali, come le fiorentine "Solarla" e "La riforma letteraria", sia e soprattutto ai maggiori quotidiani (come "Il Messaggero" di Roma e "L'Ambrosiano") e settimanali (come "Omnibus", "Oggi" e "Il Bertoldo").

Perché tanto successo? Perché scriveva brevi racconti surreali, quasi sogni bizzarri, dove gli animali parlavano e gli oggetti si muovevano da soli, i personaggi si trasformavano e le piccole storie avevano un epilogo sorprendente, ironico e beffardo e qualche volta perfino macabro. Racconti di evasione? Niente affatto perché dietro queste storie surreali c'era sempre uno spunto, spesso amaro, di riflessione sulla realtà. E che Morovich fosse uno scrittore del tutto singolare nel panorama della narrativa italiana lo dimostrò uno dei maggiori studiosi italiani, Gianfranco Contini (che fu anche il primo recensore delle poesie dialettali di Pasolini), che compose un’antologia dei maggiori e pochi (in tutto otto) scrittori surrealisti italiani e accanto a Moravia e Zavattini, Bontempelli e Landolfi inserì anche Morovich. Questa antologia fu conclusa alla fine della guerra quando in letteratura e ancor più nel cinema era il tempo del neorealismo, e così non trovò editori in Italia e fu pubblicata in Francia nel 1946 col titolo Italie magique (solo nel 1988 uscirà da Einaudi la versione italiana).

E proprio l'orientamento verso il racconto realistico delle recenti tragiche vicende rendeva invece la narrativa fantasiosa di Morovich poco in sintonia con i gusti dominanti; egli continuava tuttavia a scrivere i suoi racconti che alcuni quotidiani locali (come "Il giornale di Brescia" e "La Nazione") gli pubblicavano regolarmente, ma le cui raccolte in volume non trovavano spazio nella grande editoria, sicché quei suoi sempre originalissimi libri erano pubblicati da chi era editore per diletto e apprezzava questo singolare scrittore, come ad esempio la benemerita signora Caterina Gualco, titolare a Genova della galleria d'arte Unimedia.

Ormai nella società letteraria italiana di Morovich, oltretutto quanto mai schivo per natura, si erano perse le tracce, tanto che, in un articolo uscito nel 1987 su "Tuttolibri" nel quale rievocava le sue letture giovanili, Leonardo Sciascia si era domandato se fosse ancora vivo. A mia volta replicai sul "Lavoro” che non solo Morovich era ancora vivo ma che pure scriveva ancora, anche se i suoi deliziosi libriccini avevano scarsa circolazione. Pi qui si diffuse una grande curiosità per questo narratore tanto appartato quanto originale; Sciascia tornò a scrivere su di lui. "Tutto libri" gli dedicò un paginone, Nico Orengo venne a Genova a intervistarlo, molti critici si risvegliarono e nel giro di pochi anni decine di suoi libri vennero stampati e ristampati da importanti editori italiani: da Sellerio a Einaudi a Rusconi, che nel 1990 gli pubblicò il romanzo Piccoli amanti, entrato nella cinquina finale del premio Strega. Ma questo tardivo successo colse Morovich ormai sul declinare dei suoi giorni che, trasferitosi negli ultimi anni a Chiavari presso suoi parenti, si conclusero nel 1994. Di lui ci restano però centinaia di racconti tutt'oggi godibili e sorprendenti, una parte dei quali raccolti nel libro La morte in pantofole (edito da Gammarò) che già dal titolo lascia intuire il paradosso tra umoristico e tragico che segna le sue pagine; e che anche si desume dal suo disegno posto in copertina, nel quale volti umani di profilo in giallo e verde sono posti sul corpo di un bassotto e di un animale non identificabile con le zampe di legno.

* Francesco De Nicola è docente e presidente della delegazione ligure della Società Dante Alighieri.



leggi l'articolo integrale su La Repubblica
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di Francesco De Nicola

Primi anni Settanta, in oscura stanzetta in via 25 aprile si riunisce la sezione genovese del Sindacato Libero Scrittori. Siamo proprio in pochi: il presidente Nino Palumbo, lo scrittore pugliese stabilitosi a San Michele di Pagana e fondatore del premio Rapallo Prove, la signora Minnie Alzona, autrice di buoni romanzi ma soprattutto presidente del Lyceum che sulla Terrazza Martini (grattacielo di piazza Dante) organizza incontri con i maggiori scrittori italiani, un giornalista scrittore che mi par di ricordare si chiamasse Marzolla, un paio di altri il cui nome ho dimenticato e un omone alto e taciturno con un cappottone grigio lungo fino ai piedi. Palumbo mi dice che si chiama Enrico Morovich, ma io non so niente di lui e allora m'informo. E' un esule fiumano, giunto nel 1958 a Genova dove come ragioniere lavora al Consorzio Autonomo del Porto. Ma più di questo m'interessa la sua singolare storia di scrittore che, negli anni

Trenta, dalla natia Fiume mandava racconti sia alle più prestigiose riviste culturali, come le fiorentine "Solarla" e "La riforma letteraria", sia e soprattutto ai maggiori quotidiani (come "Il Messaggero" di Roma e "L'Ambrosiano") e settimanali (come "Omnibus", "Oggi" e "Il Bertoldo").

Perché tanto successo? Perché scriveva brevi racconti surreali, quasi sogni bizzarri, dove gli animali parlavano e gli oggetti si muovevano da soli, i personaggi si trasformavano e le piccole storie avevano un epilogo sorprendente, ironico e beffardo e qualche volta perfino macabro. Racconti di evasione? Niente affatto perché dietro queste storie surreali c'era sempre uno spunto, spesso amaro, di riflessione sulla realtà. E che Morovich fosse uno scrittore del tutto singolare nel panorama della narrativa italiana lo dimostrò uno dei maggiori studiosi italiani, Gianfranco Contini (che fu anche il primo recensore delle poesie dialettali di Pasolini), che compose un’antologia dei maggiori e pochi (in tutto otto) scrittori surrealisti italiani e accanto a Moravia e Zavattini, Bontempelli e Landolfi inserì anche Morovich. Questa antologia fu conclusa alla fine della guerra quando in letteratura e ancor più nel cinema era il tempo del neorealismo, e così non trovò editori in Italia e fu pubblicata in Francia nel 1946 col titolo Italie magique (solo nel 1988 uscirà da Einaudi la versione italiana).

E proprio l'orientamento verso il racconto realistico delle recenti tragiche vicende rendeva invece la narrativa fantasiosa di Morovich poco in sintonia con i gusti dominanti; egli continuava tuttavia a scrivere i suoi racconti che alcuni quotidiani locali (come "Il giornale di Brescia" e "La Nazione") gli pubblicavano regolarmente, ma le cui raccolte in volume non trovavano spazio nella grande editoria, sicché quei suoi sempre originalissimi libri erano pubblicati da chi era editore per diletto e apprezzava questo singolare scrittore, come ad esempio la benemerita signora Caterina Gualco, titolare a Genova della galleria d'arte Unimedia.

Ormai nella società letteraria italiana di Morovich, oltretutto quanto mai schivo per natura, si erano perse le tracce, tanto che, in un articolo uscito nel 1987 su "Tuttolibri" nel quale rievocava le sue letture giovanili, Leonardo Sciascia si era domandato se fosse ancora vivo. A mia volta replicai sul "Lavoro” che non solo Morovich era ancora vivo ma che pure scriveva ancora, anche se i suoi deliziosi libriccini avevano scarsa circolazione. Pi qui si diffuse una grande curiosità per questo narratore tanto appartato quanto originale; Sciascia tornò a scrivere su di lui. "Tutto libri" gli dedicò un paginone, Nico Orengo venne a Genova a intervistarlo, molti critici si risvegliarono e nel giro di pochi anni decine di suoi libri vennero stampati e ristampati da importanti editori italiani: da Sellerio a Einaudi a Rusconi, che nel 1990 gli pubblicò il romanzo Piccoli amanti, entrato nella cinquina finale del premio Strega. Ma questo tardivo successo colse Morovich ormai sul declinare dei suoi giorni che, trasferitosi negli ultimi anni a Chiavari presso suoi parenti, si conclusero nel 1994. Di lui ci restano però centinaia di racconti tutt'oggi godibili e sorprendenti, una parte dei quali raccolti nel libro La morte in pantofole (edito da Gammarò) che già dal titolo lascia intuire il paradosso tra umoristico e tragico che segna le sue pagine; e che anche si desume dal suo disegno posto in copertina, nel quale volti umani di profilo in giallo e verde sono posti sul corpo di un bassotto e di un animale non identificabile con le zampe di legno.

* Francesco De Nicola è docente e presidente della delegazione ligure della Società Dante Alighieri.



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