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Bruno Lauzi per noi non un mito ma un uomo libero
Gazzettino sampierdarenese di lunedì 8 novembre 2021
Cantautore, poeta e traduttore
Quindici anni senza di lui, ma non senza le sue canzoni: perché? Forse la più effi-cace e veritiera puntualizzazione, valida per lo scomparso Bruno Lauzi (1937-2006), l’ha espressa proprio la fedele abbonata e attenta lettrice chiavarese Elvira Landò, esperta d’arte e filosofa...

di Benito Poggio
Quindici anni senza di lui, ma non senza le sue canzoni: perché? Forse la più efficace e veritiera puntualizzazione, valida per lo scomparso Bruno Lauzi (1937-2006), l’ha espressa proprio la fedele abbonata e attenta lettrice chiavarese Elvira Landò, esperta d’arte e filosofa, scrittrice e poetessa, che l’ha definito “una voce che ingarbuglia il cuore”. Sì, nella sua bella canzone “Il poeta” che “conta le stelle”, Lauzi parla di sé e “delle sue gioie e dolori”. Si era formato nell’allora severissimo e di gran nomea Liceo “D’Oria”, ove ebbe Luigi Tenco a compagno di banco, che fu per lui, sì, l’amico di una vita, ma di cui non condivise e criticò aspramente l’atto finale del suicidio. «Tanto domani mi sveglio. Autobiografia in controcanto» è il suggestivo e caustico libro che Lauzi ha voluto lasciarci in eredità a testimonianza e premonizione: “un continuo e talora imprevedibile flusso”, come dice il prefatore. In esso Lauzi si esprime con acume e senza peli sulla lingua e, a dire il vero, ne ha per tutti e non ne perdona una a nessuno. Diciamo che anche nel corso dei suoi quasi settant’anni di vita, si è sempre mantenuto fedele alle sue posizioni, in qualunque campo: nella politica (fatta con passione da liberale), nell’arte (impegnandosi a fondo in varie direzioni), nella musica (componendo pezzi musicali indimenticabili) e nei rapporti sociali (caustico e ironico sempre, ma sempre portato a rintracciare amici veri: pochi per la verità). Tutto sommato è un piacere leggere questa sua “autobiografia”, da lui sintetizzata nel sottotitolo: “in controcanto”. In essa infatti, come appuntata su una linea melodica secondaria, si esprime inseguendo e riecheggiando rigorosamente la partitura principale e primaria della sua vita nei vari àmbiti sopra citati. Tra gli altri argomenti da lui affrontati di petto e senza remore emergono, per particolare efficacia, *la sua posizione al fianco di – oggi troppo dimenticato e accantonato – Enzo Tortora (1928-1988) che fu ingiustamente accusato e condannato e *la sua strenua difesa della indimenticabile e insuperabile cantante Mia Martini (1947-1995), la quale ebbe il grande merito di portare a enorme successo (vivo e attuale ancor oggi) “Almeno tu nell’universo”, composta nel 1972 proprio da Bruno Lauzi & Maurizio Fabrizio. Solo sette anni dopo, nel 1979, Lauzi la depositò: era suo desiderio che fosse solo Mia Martini a cantarla e la cosa si verificò al Festival di Sanremo nel 1989 anno in cui tornò a esibirsi e ottenne oltre al grande successo di pubblico anche il prestigioso “Premio della Critica”. Nel 2020, per i 70 anni del Festival di Sanremo, la canzone è stata proclamata canzone regina a “Sanremo History. Vorrei cantarti fra cent’anni”. Nell’ampia e dettagliata “Presentazione” valutativa e a lui favorevole, il noto critico Francesco De Nicola – Presidente della “Società Dante Alighieri” a Genova, cui va il grande merito di aver premiato Lauzi nel 2004 – mette in luce le qualità intellettuali, culturali e umane dell’autore, rilevando come le sue memorie, ancorché parziali, siano centrate “soprattutto sull’ambiente del mondo della canzone e delle arti” nel quale il nostro incontrò “moltissimi personaggi, ma ben pochi amici” e ottenne grandissimi successi con canzoni in auge ancor oggi. Lauzi, afferma ancora De Nicola, fu “un protagonista comunque scomodo”, capace “da uomo libero e senza padroni” anche di opporsi e dire, a suo danno, dei no decisi ad alti funzionari della RAI, al teatro milanese Il Piccolo e perfino all’esuberante Fellini. Un altro aspetto che non solo lo contraddistingue, ma lo caratterizza (e ch’io condivido in pieno) è la sua proverbiale capacità di giudizio accompagnata al suo alto senso di misura nella concreta e giusta valutazione: “e così di Fabrizio De André o di Lucio Battisti, – annota De Nicola –, Lauzi non esita a riconoscere e proclamare la grandezza della musica, senza però condividere il loro diffuso e ingiustificato processo di beatificazione”. E lo stesso vale per tanti altri colleghi che vanno (o andavano) per la maggiore. Pochi sanno che Bruno Lauzi si era diplomato alla prestigiosa “Scuola Interpreti e Traduttori” di Milano e che era un esperto traduttore da più lingue, abilità di cui andava fiero. Aggiungo, per concludere, che negli ultimi anni della sua vita fu colpito dal morbo di Parkinson che lui irrideva chiamandolo “Mister Parkinson, colonnello inglese”, e ricordava come sua suocera lo appellasse “Pàkistan”. Il bravo cantautore genovese non si diede per vinto e si dedicò con bravura e ispirazione a letteratura e poesia pubblicando alcuni libri. Uno di questi, con forte emozione, lo presentò al suo Liceo D’Oria e, insieme a Salvatore Di Meglio, il Preside di allora, ebbi l’onore anch’io di essergli al fianco, conversare con lui ed esprimere il mio pensiero sulla sua arte poetica. Tante e tante altre sarebbero le parole da spendere in aggiunta per meglio inquadrare e illustrare la sua figura di cantautore, poeta e traduttore, oltre che strenuo appassionato di politica: figura ostica, ma ingiustamente posta nel dimenticatoio e a volte bistrattata. Preferisco però invitare i lettori a leggere direttamente le sapide descrizioni, le argute espressioni e i pungenti ricordi raccolti nel suo libro autobiografico. Credetemi, non solo ne vale la pena, ma aiuterà tutti ad apprezzare ancor più il bravo Bruno Lauzi che nel 1975 portò al grande successo “Genova per noi”. La bella canzone, scritta dal suo qui e là discusso amico Paolo Conte, esterna con quali sentimenti i “Piemontesi campagnoli” assumono “quella faccia un po’ così, quell'espressione un po’ così” prima di lasciare la loro terra nebbiosa per recarsi nella ventosa Genova, dove i suoi “abitanti mugugnoni”, diversamente da quanto accade in campagna, nella Superba trascorrono “giorni tutti uguali”. Sarà poi così?


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Cantautore, poeta e traduttore
Quindici anni senza di lui, ma non senza le sue canzoni: perché? Forse la più effi-cace e veritiera puntualizzazione, valida per lo scomparso Bruno Lauzi (1937-2006), l’ha espressa proprio la fedele abbonata e attenta lettrice chiavarese Elvira Landò, esperta d’arte e filosofa...

di Benito Poggio
Quindici anni senza di lui, ma non senza le sue canzoni: perché? Forse la più efficace e veritiera puntualizzazione, valida per lo scomparso Bruno Lauzi (1937-2006), l’ha espressa proprio la fedele abbonata e attenta lettrice chiavarese Elvira Landò, esperta d’arte e filosofa, scrittrice e poetessa, che l’ha definito “una voce che ingarbuglia il cuore”. Sì, nella sua bella canzone “Il poeta” che “conta le stelle”, Lauzi parla di sé e “delle sue gioie e dolori”. Si era formato nell’allora severissimo e di gran nomea Liceo “D’Oria”, ove ebbe Luigi Tenco a compagno di banco, che fu per lui, sì, l’amico di una vita, ma di cui non condivise e criticò aspramente l’atto finale del suicidio. «Tanto domani mi sveglio. Autobiografia in controcanto» è il suggestivo e caustico libro che Lauzi ha voluto lasciarci in eredità a testimonianza e premonizione: “un continuo e talora imprevedibile flusso”, come dice il prefatore. In esso Lauzi si esprime con acume e senza peli sulla lingua e, a dire il vero, ne ha per tutti e non ne perdona una a nessuno. Diciamo che anche nel corso dei suoi quasi settant’anni di vita, si è sempre mantenuto fedele alle sue posizioni, in qualunque campo: nella politica (fatta con passione da liberale), nell’arte (impegnandosi a fondo in varie direzioni), nella musica (componendo pezzi musicali indimenticabili) e nei rapporti sociali (caustico e ironico sempre, ma sempre portato a rintracciare amici veri: pochi per la verità). Tutto sommato è un piacere leggere questa sua “autobiografia”, da lui sintetizzata nel sottotitolo: “in controcanto”. In essa infatti, come appuntata su una linea melodica secondaria, si esprime inseguendo e riecheggiando rigorosamente la partitura principale e primaria della sua vita nei vari àmbiti sopra citati. Tra gli altri argomenti da lui affrontati di petto e senza remore emergono, per particolare efficacia, *la sua posizione al fianco di – oggi troppo dimenticato e accantonato – Enzo Tortora (1928-1988) che fu ingiustamente accusato e condannato e *la sua strenua difesa della indimenticabile e insuperabile cantante Mia Martini (1947-1995), la quale ebbe il grande merito di portare a enorme successo (vivo e attuale ancor oggi) “Almeno tu nell’universo”, composta nel 1972 proprio da Bruno Lauzi & Maurizio Fabrizio. Solo sette anni dopo, nel 1979, Lauzi la depositò: era suo desiderio che fosse solo Mia Martini a cantarla e la cosa si verificò al Festival di Sanremo nel 1989 anno in cui tornò a esibirsi e ottenne oltre al grande successo di pubblico anche il prestigioso “Premio della Critica”. Nel 2020, per i 70 anni del Festival di Sanremo, la canzone è stata proclamata canzone regina a “Sanremo History. Vorrei cantarti fra cent’anni”. Nell’ampia e dettagliata “Presentazione” valutativa e a lui favorevole, il noto critico Francesco De Nicola – Presidente della “Società Dante Alighieri” a Genova, cui va il grande merito di aver premiato Lauzi nel 2004 – mette in luce le qualità intellettuali, culturali e umane dell’autore, rilevando come le sue memorie, ancorché parziali, siano centrate “soprattutto sull’ambiente del mondo della canzone e delle arti” nel quale il nostro incontrò “moltissimi personaggi, ma ben pochi amici” e ottenne grandissimi successi con canzoni in auge ancor oggi. Lauzi, afferma ancora De Nicola, fu “un protagonista comunque scomodo”, capace “da uomo libero e senza padroni” anche di opporsi e dire, a suo danno, dei no decisi ad alti funzionari della RAI, al teatro milanese Il Piccolo e perfino all’esuberante Fellini. Un altro aspetto che non solo lo contraddistingue, ma lo caratterizza (e ch’io condivido in pieno) è la sua proverbiale capacità di giudizio accompagnata al suo alto senso di misura nella concreta e giusta valutazione: “e così di Fabrizio De André o di Lucio Battisti, – annota De Nicola –, Lauzi non esita a riconoscere e proclamare la grandezza della musica, senza però condividere il loro diffuso e ingiustificato processo di beatificazione”. E lo stesso vale per tanti altri colleghi che vanno (o andavano) per la maggiore. Pochi sanno che Bruno Lauzi si era diplomato alla prestigiosa “Scuola Interpreti e Traduttori” di Milano e che era un esperto traduttore da più lingue, abilità di cui andava fiero. Aggiungo, per concludere, che negli ultimi anni della sua vita fu colpito dal morbo di Parkinson che lui irrideva chiamandolo “Mister Parkinson, colonnello inglese”, e ricordava come sua suocera lo appellasse “Pàkistan”. Il bravo cantautore genovese non si diede per vinto e si dedicò con bravura e ispirazione a letteratura e poesia pubblicando alcuni libri. Uno di questi, con forte emozione, lo presentò al suo Liceo D’Oria e, insieme a Salvatore Di Meglio, il Preside di allora, ebbi l’onore anch’io di essergli al fianco, conversare con lui ed esprimere il mio pensiero sulla sua arte poetica. Tante e tante altre sarebbero le parole da spendere in aggiunta per meglio inquadrare e illustrare la sua figura di cantautore, poeta e traduttore, oltre che strenuo appassionato di politica: figura ostica, ma ingiustamente posta nel dimenticatoio e a volte bistrattata. Preferisco però invitare i lettori a leggere direttamente le sapide descrizioni, le argute espressioni e i pungenti ricordi raccolti nel suo libro autobiografico. Credetemi, non solo ne vale la pena, ma aiuterà tutti ad apprezzare ancor più il bravo Bruno Lauzi che nel 1975 portò al grande successo “Genova per noi”. La bella canzone, scritta dal suo qui e là discusso amico Paolo Conte, esterna con quali sentimenti i “Piemontesi campagnoli” assumono “quella faccia un po’ così, quell'espressione un po’ così” prima di lasciare la loro terra nebbiosa per recarsi nella ventosa Genova, dove i suoi “abitanti mugugnoni”, diversamente da quanto accade in campagna, nella Superba trascorrono “giorni tutti uguali”. Sarà poi così?


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