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''La catena spezzata'' di Giorgetta Dorfles è un destino emotivo
Il Piccolo di lunedì 12 dicembre 2022
Domani (oggi, ndr) allaLibreria Minerva la scrittrice presenta I nuovi racconti che toccano conflitti interiori1 nevrosi, incapacità di aprirsi

di Mary Barbara Tolusso

Giorgetta Dorfles

A volte nella vita qualcosa si spezza. Anzi, è più facile che l'esistenza preveda rotture e separazioni che eterne unioni. Certo istintivamente si pensa a distacchi sentimentali, di coppia. O di amicizia. Ma è anche vero che l'imprinting verso il percorso emotivo che spetta a ognuno in un'intera vita, ha origine lì, in quell'imprinting basico e genitoriale. C'è sempre un padre o una madre a cui ci sentiamo più legati; più affini, più uguali. È una questione di Dna? Probabile, ma certe eliche, se rotte, si possono anche riparare. Di solito però, appunto, ci vuole una vita. "La catena spezzata'' (Gammarò Edotore, pagg.154, euro16) dà il titolo alla nuova raccolta di racconti di Giorgetta Dorfles, che domani la presenterà alla Libreria Minerva (ore 18) in dialogo con Gabriella Ziani. Il titolo è anche quello di un racconto dove la protagonista, più affine nl padre, in tarda età riconosce invece le virtù materne, più predisposte a una solarità e a un'apertura al mondo che certo aiutano la realizzazione di un profilo più stabile, più sereno.
Ma va anche detto che se la madre della protagonista è fornita di un tale temperamento, a sua volta deve questa sicurezza alla protezione del padre. Insomma, molto del destino emotivo di ognuno si gioca lì, in quei primi anni di vita, anni in cui la serenità e l'affetto, in seguito. Vengono conosciuti e riconosciuti proprio grazie a come ce lo hanno insegnato i primi maestri, ovvero i genitori. Ecco allora una serie di carene emotive che Dorfles ci propone dove i protagonisti, a differenza del precedente "Di tutti i peccati delle donne" (2019), prendono vita da uomini, cioè muschi, maggiormente caratterizzati.
Uomini e donne quindi che stanno sempre a fianco di qualche nevrosi, più che altro di qualche verticale solitudine. L'autrice la esprime in un florilegio variegato. Perché certo, la solitudine sentimentale, i conflitti interiori, l'incapacità di aprirsi all'altro, la paura, sono tutti elementi di poetica che Dorfles rappresenta anche in quest'ultima antologica.
Protagoniste come Alia, Cassandra o Asia simboleggiano bene quello stare abbarbicati «alla vita come se fosse sempre sull'orlo di un precipizio». Lo fanno in maniera più o meno consapevole, complice la mania di controllo che si pensa possa lenire la paura. Ma appunto, nevrosi e solitudine sono anche l'effetto di un contesto sociale più ampio, dove la vittima paga la sua diversità con il manicomio o con la morte. E qui molto da insegnare hanno personaggi come il vecchio di "Fondi di magazzino" o i "Crittogrammi" di Luciano, destinato all'annientamento. O ancora la tenerezza di Attilio che mette a nudo l'ipocrisia di chi si salva la coscienza con dei labili contatti, invece di tentare davvero una minima comprensione dell'altro. La netta separazione tra profili "a norma e fuori norma" trova la sua perfetta formula in "Bomba psichiatrica", insomma quella bomba basagliana di straordinari effetti, forse oggi meno energici, racconto che deve molto anche alla felicità della scrittura, un colloquiale di precise evocazioni sociali e psichiche.
Dorfles non rinuncia comunque a sagaci analisi sentimentali. indagini in cui la differenza di genere non manca e dove l'uomo pare vestire i panni del libertario, a patto che non vi sia una donna altrettanto autonoma al suo fianco. Ma altrettanto acuta è l'osservazione verso chi si lega un'idea d'amore finito da secoli, dando spazio a eccessive psicoanalisi, rimuginando su residui razionali nonostante il cuore abbia già dimenticato. E in genere questo è un vizio femminile. Trieste diviene invece chiave e metafora di un'idea di "Confinamento" che sovrappone il contesto della pandemia a quello storico del territorio perché: «a Trieste la chiusura entro il perimetro cittadino aveva un senso diverso che altrove. Troppo a lungo la città era stata segnata dalla prossimità di un confine».
Confini territoriali affettivi, di genere, economici, sociali. Confini di fede. Confini tra l'infanzia e la cosiddetta maturità, lì dove spesso riusciamo a ritrovare e ritrovarci solo al limite della fine, come il racconto che inaugura il libro, il più bello. quello di un rapporto e di una vita guidati dalla distanza.


leggi l'articolo integrale su Il Piccolo
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Giorgetta Dorfles

A volte nella vita qualcosa si spezza. Anzi, è più facile che l'esistenza preveda rotture e separazioni che eterne unioni. Certo istintivamente si pensa a distacchi sentimentali, di coppia. O di amicizia. Ma è anche vero che l'imprinting verso il percorso emotivo che spetta a ognuno in un'intera vita, ha origine lì, in quell'imprinting basico e genitoriale. C'è sempre un padre o una madre a cui ci sentiamo più legati; più affini, più uguali. È una questione di Dna? Probabile, ma certe eliche, se rotte, si possono anche riparare. Di solito però, appunto, ci vuole una vita. "La catena spezzata'' (Gammarò Edotore, pagg.154, euro16) dà il titolo alla nuova raccolta di racconti di Giorgetta Dorfles, che domani la presenterà alla Libreria Minerva (ore 18) in dialogo con Gabriella Ziani. Il titolo è anche quello di un racconto dove la protagonista, più affine nl padre, in tarda età riconosce invece le virtù materne, più predisposte a una solarità e a un'apertura al mondo che certo aiutano la realizzazione di un profilo più stabile, più sereno.
Ma va anche detto che se la madre della protagonista è fornita di un tale temperamento, a sua volta deve questa sicurezza alla protezione del padre. Insomma, molto del destino emotivo di ognuno si gioca lì, in quei primi anni di vita, anni in cui la serenità e l'affetto, in seguito. Vengono conosciuti e riconosciuti proprio grazie a come ce lo hanno insegnato i primi maestri, ovvero i genitori. Ecco allora una serie di carene emotive che Dorfles ci propone dove i protagonisti, a differenza del precedente "Di tutti i peccati delle donne" (2019), prendono vita da uomini, cioè muschi, maggiormente caratterizzati.
Uomini e donne quindi che stanno sempre a fianco di qualche nevrosi, più che altro di qualche verticale solitudine. L'autrice la esprime in un florilegio variegato. Perché certo, la solitudine sentimentale, i conflitti interiori, l'incapacità di aprirsi all'altro, la paura, sono tutti elementi di poetica che Dorfles rappresenta anche in quest'ultima antologica.
Protagoniste come Alia, Cassandra o Asia simboleggiano bene quello stare abbarbicati «alla vita come se fosse sempre sull'orlo di un precipizio». Lo fanno in maniera più o meno consapevole, complice la mania di controllo che si pensa possa lenire la paura. Ma appunto, nevrosi e solitudine sono anche l'effetto di un contesto sociale più ampio, dove la vittima paga la sua diversità con il manicomio o con la morte. E qui molto da insegnare hanno personaggi come il vecchio di "Fondi di magazzino" o i "Crittogrammi" di Luciano, destinato all'annientamento. O ancora la tenerezza di Attilio che mette a nudo l'ipocrisia di chi si salva la coscienza con dei labili contatti, invece di tentare davvero una minima comprensione dell'altro. La netta separazione tra profili "a norma e fuori norma" trova la sua perfetta formula in "Bomba psichiatrica", insomma quella bomba basagliana di straordinari effetti, forse oggi meno energici, racconto che deve molto anche alla felicità della scrittura, un colloquiale di precise evocazioni sociali e psichiche.
Dorfles non rinuncia comunque a sagaci analisi sentimentali. indagini in cui la differenza di genere non manca e dove l'uomo pare vestire i panni del libertario, a patto che non vi sia una donna altrettanto autonoma al suo fianco. Ma altrettanto acuta è l'osservazione verso chi si lega un'idea d'amore finito da secoli, dando spazio a eccessive psicoanalisi, rimuginando su residui razionali nonostante il cuore abbia già dimenticato. E in genere questo è un vizio femminile. Trieste diviene invece chiave e metafora di un'idea di "Confinamento" che sovrappone il contesto della pandemia a quello storico del territorio perché: «a Trieste la chiusura entro il perimetro cittadino aveva un senso diverso che altrove. Troppo a lungo la città era stata segnata dalla prossimità di un confine».
Confini territoriali affettivi, di genere, economici, sociali. Confini di fede. Confini tra l'infanzia e la cosiddetta maturità, lì dove spesso riusciamo a ritrovare e ritrovarci solo al limite della fine, come il racconto che inaugura il libro, il più bello. quello di un rapporto e di una vita guidati dalla distanza.


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