Gammarò edizioni riporta alla luce “Le porte di ferro”, considerato dalla critica e da autori come Claudio Magris il miglior romanzo di Stefano Terra. Pubblicato originariamente nel 1979 e ora riproposto nella collana i Classici con un’introduzione di Diego Zandel, il libro è un potente intreccio di memorialistica, reportage e avventura che esplora le radici profonde dell’Europa contemporanea. La vicenda si apre nel 1946, sul treno che da Torino porta alla Conferenza di Pace di Parigi, dove le potenze vincitrici stanno ridisegnando cinicamente i confini del mondo. Il racconto vive dello sdoppiamento tra due protagonisti, entrambi alter ego dell’autore: il maturo giornalista Gerolamo Traversa, disilluso testimone dei grandi eventi storici, e il giovane Fioravanti, rivoluzionario trotzkista animato da un idealismo puro e pericoloso. Sullo sfondo di una Parigi affollata di delegati e agenti dei servizi segreti, il romanzo si muove tra gli intrighi diplomatici e lo spettro di guerriglie dimenticate — dai banderovisti ucraini ai ribelli delle Porte di Ferro sul Danubio — che si oppongono alla spartizione dell’Europa dettata dagli accordi di Yalta. Con una prosa lucida e incalzante, Terra racconta non solo la cronaca di un’epoca, ma anche il dramma delle popolazioni sacrificate alla ragion di Stato, come quelle della Venezia Giulia e dell’Istria. “Le Porte di Ferro” non è solo una preziosa testimonianza storica, ma una riflessione attuale sul potere, sul tradimento degli ideali e sulla “storia del cuore” che batte dietro i grandi mutamenti politici. Un’opera necessaria per combattere quello che Magris definisce “l’Alzheimer culturale” della nostra epoca.
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