In Quella voglia di vivere che non c’è più, Claudio Sottocornola torna a interrogare il nostro tempo con la lucidità di chi non si accontenta della diagnosi, ma cerca ancora un varco, un residuo di luce, un principio di ricominciamento. Il libro si colloca nel solco più maturo della sua produzione recente: quella che affronta la crisi antropologica dell’Occidente non come un tema accademico, ma come un’urgenza esistenziale, culturale e spirituale.
Fin dalle prime pagine, l’autore individua nella devitalizzazione dell’esistenza la cifra dominante delle società occidentali contemporanee. Una condizione che egli descrive con precisione quasi fenomenologica: alienazione, isolamento, ritmi disumani, perdita di orizzonte. Non è un semplice lamento, ma la constatazione di un mondo che ha smarrito la propria grammatica simbolica, riducendo la realtà a quantità, funzione, consumo. Come scrive Sottocornola, «il sapore di niente […] ci avvolge, ci annichila», e tuttavia proprio da questa constatazione nasce la necessità di una contro‑mossa: riaprire sentieri di senso.
Il libro procede per brevi saggi tematici, ciascuno autonomo ma parte di un disegno unitario. Si passa dalla santità ontologica delle cose alla banalizzazione del corpo, dalle derive del transumanesimo alla crisi del dialogo interreligioso, dal mito dell’amore alla perdita della spontaneità come forma autentica di libertà. Ogni capitolo è un tassello di un mosaico che mira a restituire profondità qualitativa a un mondo che ha scelto la superficie.
Uno dei meriti maggiori del volume è la capacità di tenere insieme analisi e testimonianza, concetto e vissuto. Sottocornola non parla da osservatore esterno, si espone, si colloca, si riconosce parte di un’epoca che lo inquieta ma non lo rassegna. Emblematica, in questo senso, la pagina in cui si paragona agli indiani d’America sopravvissuti all’epopea del West, «depositari di una arcaica sapienza della vita» minacciata da una civiltà che li travolge. È un’immagine potente, che restituisce la postura dell’autore: non nostalgica, ma resistente; non elegiaca, ma vigile.
Il cuore del libro, però, non è la denuncia. È la pars costruens. Sottocornola invita a recuperare una forma di intelligenza “davvero umana e umanizzante”, capace di empatia, di ascolto, di profondità metafisica. Una postura che non rifiuta la tecnica, ma la relativizza; che non demonizza la modernità, ma ne smaschera le idolatrie; che non rinuncia alla speranza, pur conoscendo bene la notte.
In questo senso, Quella voglia di vivere che non c’è più è un libro controcorrente, ma non reazionario; critico, ma non apocalittico; spirituale, ma non confessionale. È un invito a riconoscere la qualità del reale, a riattivare la dimensione simbolica, a ritrovare un rapporto non utilitaristico con le cose, con il corpo, con la natura, con l’altro.
La scrittura, limpida e rigorosa, riflette la lunga esperienza dell’autore come docente, comunicatore e filosofo dell’interpretazione. Ogni riflessione è accessibile, ma mai semplificata; ogni concetto è radicato in una visione ampia, nutrita da filosofia, teologia, cultura popolare, esperienza personale. Il risultato è un libro che si legge con facilità, ma che continua a lavorare dentro il lettore.
In un’epoca che sembra aver smarrito la propria anima, Sottocornola non offre soluzioni immediate né ricette consolatorie. Offre qualcosa di più raro: una postura, un orientamento, un modo di stare nel mondo senza soccombere al suo rumore di fondo. E forse è proprio qui che si intravede quella “voglia di vivere” che il titolo dichiara perduta: non come euforia, ma come fedeltà; non come entusiasmo, ma come resistenza; non come fuga, ma come capacità di restare - come l’asino di Carducci che, indifferente al frastuono, continua a brucare serio e lento.
Un libro necessario, perché non teme la complessità del presente e non rinuncia alla possibilità di un nuovo inizio.
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