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QUELLA VOGLIA DI VIVERE CHE NON C’Č PIŮ Emergere dal disincanto postmoderno di Claudio Sottocornola
Buona lettura di martedě 24 febbraio 2026
Buongiorno lettori, per Oltre edizioni vi segnalo il saggio: “QUELLA VOGLIA DI VIVERE CHE NON C’Č PIŮ – Emergere dal disincanto postmoderno” di Claudio Sottocornola.

Biografia:
Claudio Sottocornola (Bergamo, 1959) si è laureato all’Università Cattolica di Milano con una tesi in Storia della teologia. Già ordinario di Filosofia e Storia nei licei, è stato anche docente di IRC, Materie letterarie, Scienze dell’educazione e Storia della canzone e dello spettacolo alla Terza Università di Bergamo. Iscritto all’Ordine dei giornalisti dal 1991, ha collaborato con diverse testate, radio e tv. Come filosofo si caratterizza per una forte attenzione alla categoria di interpretazione, alla cui luce indaga il mondo contemporaneo, ed ha spesso utilizzato musica, poesia e immagini per parlare a un pubblico trasversale, nelle scuole, nei teatri e nei più svariati luoghi del quotidiano. È autore di saggi filosofici e di opere sulla pop culture, sillogi poetiche tradotte in più lingue e percorsi artistici musicali e multimediali. Le sue pubblicazioni coinvolgono tre aree tematiche prevalenti: l’autobiografia intellettuale, la cultura popular contemporanea, l’attuale crisi del sacro in Occidente e la sua possibile rimodulazione teologico-filosofica. Nel post-Covid si è concentrato sui temi della domanda di senso, del declino della civiltà occidentale, delle dinamiche della vita interiore e della critica alla banalità delle antropologie prevalenti nel tardo-capitalismo contemporaneo, alla ricerca di orizzonti di speranza ancora praticabili. Fra le opere più recenti, Saggi Pop (Marna, 2018), Parole buone (Marna/Velar, 2020), Occhio di bue (Marna, 2021), Tra cielo e terra (Centro Eucaristico, 2023), Fiorire nel deserto (Velar, 2023), Così vicino, così lontano (Velar, 2023), A che punto è la notte? (Oltre Edizioni, 2024), La fatica dell’intero (Oltre Edizioni, 2024), A bordo (Gammarò edizioni, 2025).

Sinossi:
La devitalizzazione dell’esistenza sembra costituire ormai condizione comune nelle anomiche e incarognite società occidentali, dove spersonalizzazione dei rapporti e isolamento degli individui si accompagnano a ritmi frenetici e disumani nella gestione di un tempo – fra lavoro e consumi – sempre più quantitativo e alienante. Ma è possibile emergere dal disincanto postmoderno che ci attanaglia, fra crisi di ogni certezza e conseguente perdita di ogni orizzonte? Guidandoci fra le secche del non-senso che ci avvolge, l’autore attraversa con noi derive e rischi dell’attualità, fra corpi in degrado e ambizioni transumaniste, opportunismi educativi e miti emozionali, disamore per il creato e velleità tecnologico-digitali, degrado estetico e declino culturale, viaggi low cost e accidia di massa, denunciando una collettiva perdita di vitalità e speranza. Diviene quindi un compito epocale – cui questo libro vorrebbe contribuire – riaprire sentieri di senso e di valore percorribili, nel nome di una fedeltà alla propria storia e, al contempo, di una irrinunciabile coscienza utopica.

“Quella voglia, la voglia di vivere/ quella voglia che c’era allora/ chissà dov’è?/ chissà dov’è?”… I versi di Vasco in Liberi… liberi – sulla perdita del gusto di vivere – mai sono stati così attuali come nel tempo presente, anche se risalgono alla fine degli anni ’80. Saranno i cambiamenti climatici, saranno le migrazioni di massa da interi continenti, saranno i delitti di cronaca nera che crescono per efferatezza in modo esponenziale, sarà che nessuno sa più dire perché sta al mondo e in esso si affatica, ma il sapore di niente – in queste decadi iniziali del XX secolo – ci avvolge, ci annichila, ci uccide o – meglio – ci consegna a una condizione di vita umbratile, indeterminata, insensata o – peggio ancora – venale. E non basta riandare ai bei tempi andati, quando ancora la gente si parlava ed esprimeva un’altra antropologia, fatta di relazione, incontro, scambio, non basta stigmatizzare l’attualità denunciandone le brutture e l’incarognimento collettivo, non basta semplicemente lamentare l’esistente, occorre in qualche modo rimotivarsi ad esso e traghettare tutto il bene possibile là dove esso sembra latitare o addirittura negarsi nell’obnubilamento generalizzato e collettivo. Le mie riflessioni – finché avrò motivazione sufficiente a modularle – vanno in questa direzione: analizzare il dato nella sua criticità e ambivalenza, testimoniarne una qualche personale esperienza, evocare una qualche possibile trascendenza, anche solo memoriale, rispetto ad esso, e tentarne in tal modo una sintesi virtualmente salvifica o redentiva, ove poter intravedere una luce in fondo al tunnel o – se si preferisce – la luce residua che l’attuale paesaggio consente di intercettare.




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Buona lettura - martedě 24 febbraio 2026
Buongiorno lettori, per Oltre edizioni vi segnalo il saggio: “QUELLA VOGLIA DI VIVERE CHE NON C’Č PIŮ – Emergere dal disincanto postmoderno” di Claudio Sottocornola.

Biografia:
Claudio Sottocornola (Bergamo, 1959) si è laureato all’Università Cattolica di Milano con una tesi in Storia della teologia. Già ordinario di Filosofia e Storia nei licei, è stato anche docente di IRC, Materie letterarie, Scienze dell’educazione e Storia della canzone e dello spettacolo alla Terza Università di Bergamo. Iscritto all’Ordine dei giornalisti dal 1991, ha collaborato con diverse testate, radio e tv. Come filosofo si caratterizza per una forte attenzione alla categoria di interpretazione, alla cui luce indaga il mondo contemporaneo, ed ha spesso utilizzato musica, poesia e immagini per parlare a un pubblico trasversale, nelle scuole, nei teatri e nei più svariati luoghi del quotidiano. È autore di saggi filosofici e di opere sulla pop culture, sillogi poetiche tradotte in più lingue e percorsi artistici musicali e multimediali. Le sue pubblicazioni coinvolgono tre aree tematiche prevalenti: l’autobiografia intellettuale, la cultura popular contemporanea, l’attuale crisi del sacro in Occidente e la sua possibile rimodulazione teologico-filosofica. Nel post-Covid si è concentrato sui temi della domanda di senso, del declino della civiltà occidentale, delle dinamiche della vita interiore e della critica alla banalità delle antropologie prevalenti nel tardo-capitalismo contemporaneo, alla ricerca di orizzonti di speranza ancora praticabili. Fra le opere più recenti, Saggi Pop (Marna, 2018), Parole buone (Marna/Velar, 2020), Occhio di bue (Marna, 2021), Tra cielo e terra (Centro Eucaristico, 2023), Fiorire nel deserto (Velar, 2023), Così vicino, così lontano (Velar, 2023), A che punto è la notte? (Oltre Edizioni, 2024), La fatica dell’intero (Oltre Edizioni, 2024), A bordo (Gammarò edizioni, 2025).

Sinossi:
La devitalizzazione dell’esistenza sembra costituire ormai condizione comune nelle anomiche e incarognite società occidentali, dove spersonalizzazione dei rapporti e isolamento degli individui si accompagnano a ritmi frenetici e disumani nella gestione di un tempo – fra lavoro e consumi – sempre più quantitativo e alienante. Ma è possibile emergere dal disincanto postmoderno che ci attanaglia, fra crisi di ogni certezza e conseguente perdita di ogni orizzonte? Guidandoci fra le secche del non-senso che ci avvolge, l’autore attraversa con noi derive e rischi dell’attualità, fra corpi in degrado e ambizioni transumaniste, opportunismi educativi e miti emozionali, disamore per il creato e velleità tecnologico-digitali, degrado estetico e declino culturale, viaggi low cost e accidia di massa, denunciando una collettiva perdita di vitalità e speranza. Diviene quindi un compito epocale – cui questo libro vorrebbe contribuire – riaprire sentieri di senso e di valore percorribili, nel nome di una fedeltà alla propria storia e, al contempo, di una irrinunciabile coscienza utopica.

“Quella voglia, la voglia di vivere/ quella voglia che c’era allora/ chissà dov’è?/ chissà dov’è?”… I versi di Vasco in Liberi… liberi – sulla perdita del gusto di vivere – mai sono stati così attuali come nel tempo presente, anche se risalgono alla fine degli anni ’80. Saranno i cambiamenti climatici, saranno le migrazioni di massa da interi continenti, saranno i delitti di cronaca nera che crescono per efferatezza in modo esponenziale, sarà che nessuno sa più dire perché sta al mondo e in esso si affatica, ma il sapore di niente – in queste decadi iniziali del XX secolo – ci avvolge, ci annichila, ci uccide o – meglio – ci consegna a una condizione di vita umbratile, indeterminata, insensata o – peggio ancora – venale. E non basta riandare ai bei tempi andati, quando ancora la gente si parlava ed esprimeva un’altra antropologia, fatta di relazione, incontro, scambio, non basta stigmatizzare l’attualità denunciandone le brutture e l’incarognimento collettivo, non basta semplicemente lamentare l’esistente, occorre in qualche modo rimotivarsi ad esso e traghettare tutto il bene possibile là dove esso sembra latitare o addirittura negarsi nell’obnubilamento generalizzato e collettivo. Le mie riflessioni – finché avrò motivazione sufficiente a modularle – vanno in questa direzione: analizzare il dato nella sua criticità e ambivalenza, testimoniarne una qualche personale esperienza, evocare una qualche possibile trascendenza, anche solo memoriale, rispetto ad esso, e tentarne in tal modo una sintesi virtualmente salvifica o redentiva, ove poter intravedere una luce in fondo al tunnel o – se si preferisce – la luce residua che l’attuale paesaggio consente di intercettare.




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