La notizia fu pubblicata il 21 marzo 1951 sul quotidiano franco-algerino "Alger républicain". che aveva avuto Albert Camus tra i redattori. Vi si leggeva: "Da circa tre mesi, opera in Egitto un agente italiano dell'lntelligence Service che aveva lavorato al Cairo negli ambienti della sinistra durante la Seconda guerra mondiale. È Stefano Terra che conduce la sua azione su una piattaforma titoista; le sue attività hanno avuto i loro primi risultati". Il giornale non spiegava chi fosse il fantomatico Terra. Dalle allusioni, tuttavia, si poteva ritenere che si narrasse del giornalista torinese che, negli anni Quaranta, aveva svolto un'attività antifascista al Cairo. Era lo stesso che nei National Archives di Londra compariva tra i collaboratori del SOE (Special Operations Executive), l'agenzia britannica per la guerra contro il nazifascismo. L'avevano registrato come ''Tavernari Giulio, aka Stefano Terra, aka Walter Robilan". Qualche legame con la Jugoslavia del maresciallo Tito comunque l'aveva, visto che nel 1950 era stato inviato a Belgrado come corrispondente per l'agenzia ANSA, la RAI e "La Stampa". Nel settembre del 1953, però, sarebbe stato arrestato ed espulso.
Questo era Stefano Terra, giornalista e scrittore, nato a Torino nel 1917 e morto a Roma nel 1986, che si chiamava in realtà Giulio Tavcrnari. Raccontò di sé, ricordando l'antifascismo nella Torino degli anni Trenta, che "dopo tanti complotti facemmo scoppiare una bomba di carta durante un'adunata oceanica. Qualcuno di Giustizia e Libertà venne dalla Francia per un incontro segreto. La guerra ci disperse. Mobilitato per l'Albania, riuscii nel '41 a raggiungere gli antifascisti al Cairo", dove uscì "il mio romanzo La generazione che non perdona", che nel dopoguerra Einaudi propose con il nuovo titolo Rancore, scelto da Franco Fortini.
Ma Terra, che amava dire di essere stato un "avventuriero timido, crociato disertore", era troppo differente dagli scrittori e dai giornalisti dell'epoca, refrattario alle ideologie, sospettato di anarchismo e di trozkismo, lontano dalle "mafie letterarie", come le chiamava... Così fu messo ai margini. Ci fu un suo lungo silenzio letterario, interrotto solo da qualche raccolta di versi e dal romanzo La Fortezza del Kalimegdan (Bompiani, 1956). Rievocherà ancora: "Espatriai nel dopoguerra come giornalista", a Parigi, Belgrado, e "per 25 anni, Balcani e Levante: interviste, guerriglie, pronunciamenti. Liquidavo ogni giorno la vira con un pezzo per il giornale".
Agli inizi degli anni Settanta, la svolta: "Di colpo, ho ricominciato a scrivere abbandonando il mestiere". Era passato dal realismo romantico degli esordi a romanzi segnati dal gusto per l'avventura, con corrispondenze segrete, personaggi e atmosfere che richiamavano Joseph Conrad, come notò il critico Geno Pampaloni, e unici nel panorama letterario italiano. Nel 1971 diede alle stampe Calda come la colomba (Bompiani), nel 1974 Alessandra (Bompiani), con cui vinse il Premio Campiello. Successivamente, oltre a una raccolta di poesie (L'avventuriero timido, Guanda, 1969), altri romanzi: Il principe di Capodistria (Bompiani), Le porte di ferro (Rizzoli), Albergo Minerva (Rizzoli), Un viaggio una vita (Bompiani).
Dimenticato dopo la morte, da qualche tempo si è finalmente riacceso l'interesse per un narratore che Michele Prisco aveva definito "il più europeo" dei nostri romanzieri. Ora la casa editrice Gammarò ha riedito Le porte di ferro: l’introduzione è firmata da Diego Zandel, che di Terra fu amico e che sempre per Gammarò ha fatto ristampare anche Alessandra e La fortezza del Kalimegdan.
Ambientato a Parigi nel 1946, durante la conferenza di pace, dove le grandi potenze si stanno spartendo il mondo, Le porte di ferro è stato giudicato da Claudio Magris, in un articolo sul "Corriere della Sera", il miglior romanzo dello scrittore torinese. E, in effetti, c'è tutto Terra in questa vicenda che ha al centro un complotto "per vendicare Trockij", che nel 1940 era stato assassinato da un killer di Sralin, e in cui si affollano spie, diplomatici, giornalisti, rivoluzionari e ribelli di ogni bandiera: dai "banderovisti" ucraini (seguaci del nazionalista Stepan Bandera) agii sbandati delle "porre di ferro", la gola attraversata dal Danubio fra Serbia e Romania, che si oppongono alla spartizione dell'Europa secondo gli accordi di Yalta. Il romanzo, scriverà Magris, "non è un' inchiesta per scoprire chi ha ucciso l'amante o lo zio che ha diseredato il nipote, ma è la necessità e l'impossibilità della Rivoluzione".
Un libro, poi, dirà l'autore a Pampaloni in un'intervista su "il Giornale" che riassumeva la sua vita: "Credo che in questo romanzo sia riassorbita quasi tutta la mia opera. [...] E poi c'è il tema politico che è il tema di tutta la mia vita: l'eroe del mio romanzo è un anarchico, un trockista, quarta internazionale come ero io in gioventù". E, come dichiarato a Giorgio De Rienzo, su "Stampa Sera", i protagonisti del romanzo contrappongono all'Europa degli americani e dei sovietici, alla guerra fredda, "l'Europa selvaggia, in cui si sono andati raccogliendo in tutti questi anni gli emarginati, i delusi dal conformismo e dalla noia del mondo tecnologico".
Il recupero di Terra, non solo per Le porte di ferro, è dunque opera meritoria. Del resto, annotava Claudio Magris, "fama e oblio, primi posti in classifica e sopravvivenza casuale nelle bancarelle di libri usati sono un ritmo perenne della letteratura, cui peraltro non fa male scomparire per poi riemergere, come un agente segreto". E Terra conradianamente "segreto" lo era, come fa esclamare al personaggio-narratore di Alessandra: "Lo dicono tutti che sei stato un agente segreto”.
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