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“Le Porte di Ferro”: torna in libreria il capolavoro di Stefano Terra
Alessandria Today di lunedģ 2 marzo 2026
il grande romanzo dimenticato sulla nascita della Guerra Fredda. Introduzione di Diego Zandel

di Elena Piccinini

Gammarò edizioni riporta alla luce “Le Porte di Ferro”, considerato dalla critica e da autori come Claudio Magris il miglior romanzo di Stefano Terra. Pubblicato originariamente nel 1979 e ora riproposto nella collana i Classici con un’introduzione di Diego Zandel, il libro è un potente intreccio di memorialistica, reportage e avventura che esplora le radici profonde dell’Europa contemporanea. La vicenda si apre nel 1946, sul treno che da Torino porta alla Conferenza di Pace di Parigi, dove le potenze vincitrici stanno ridisegnando cinicamente i confini del mondo. Il racconto vive dello sdoppiamento tra due protagonisti, entrambi alter ego dell’autore: il maturo giornalista Gerolamo Traversa, disilluso testimone dei grandi eventi storici, e il giovane Fioravanti, rivoluzionario trotzkista animato da un idealismo puro e pericoloso. Sullo sfondo di una Parigi affollata di delegati e agenti dei servizi segreti, il romanzo si muove tra gli intrighi diplomatici e lo spettro di guerriglie dimenticate — dai banderovisti ucraini ai ribelli delle Porte di Ferro sul Danubio — che si oppongono alla spartizione dell’Europa dettata dagli accordi di Yalta. Con una prosa lucida e incalzante, Terra racconta non solo la cronaca di un’epoca, ma anche il dramma delle popolazioni sacrificate alla ragion di Stato, come quelle della Venezia Giulia e dell’Istria. “Le Porte di Ferro” non è solo una preziosa testimonianza storica, ma una riflessione attuale sul potere, sul tradimento degli ideali e sulla “storia del cuore” che batte dietro i grandi mutamenti politici. Un’opera necessaria per combattere quello che Magris definisce “l’Alzheimer culturale” della nostra epoca.

Stefano Terra, giornalista e scrittore, nato a Torino l’11 agosto 1917, morto a Roma il 5 ottobre 1986. Antifascista del gruppo torinese di ”Giustizia e Libertà”, amico di L. Ginzburg e C. Pavese; costretto ad abbandonare l’Italia, proseguì l’attività clandestina in Egitto, al Cairo. Nel dopoguerra collaborò al Politecnico di E. Vittorini e diresse a Milano Il ’45. Inviato speciale per La Stampa e la RAI, si occupò delle vicende politiche dei Balcani e del Medio Oriente, risiedendo per lo più in Grecia.

«Sono nato nel 1917 a Torino, tra il rumore dei motori degli idrovolanti che provavano vicino al Po e le lettere dannunziane che mio padre mandava dal fronte a mia madre. Negli anni Trenta, la mia formazione è avvenuta tra i libri recuperati dai depositi per il macero e le biblioteche; eravamo un gruppo di “ragazzi avventurieri” che i più anziani e seri Cesare Pavese e Leone Ginzburg consideravano teste accese e pericolose. Tra lo studio irregolare e la passione per il cinema di Carné, abbiamo vissuto anni di cospirazione casta e ribelle: riunioni segrete, manifesti rivoluzionari e piccoli atti di sfida al regime, come quella bomba di carta fatta esplodere durante un’adunata oceanica. La guerra ci ha dispersi. Mobilitato per l’Albania, nel 1941 riuscii a raggiungere gli antifascisti al Cairo. In quegli anni turbolenti, mentre Rommel avanzava verso El Alamein, pubblicavo i miei primi racconti (Morte di Italiani) e il romanzo La generazione che non perdona. Nel dopoguerra, dopo la scomparsa di Enzo Sereni e la chiusura del Politecnico di Vittorini, scelsi la via dell’espatrio come giornalista. Per venticinque anni ho vissuto tra Parigi, i Balcani e il Levante, raccontando guerriglie, interviste e colpi di Stato. “Liquidavo ogni giorno la vita con un pezzo per il giornale”, finché, anni fa, ho deciso di abbandonare il mestiere per tornare alla letteratura pura. Sono nati così La fortezza del Kalimegdan e Calda come la colomba. Oggi vivo in una casa nell’Attica, tra vigne, eucalipti e il silenzio delle volpi all’imbrunire



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Alessandria Today - lunedģ 2 marzo 2026
il grande romanzo dimenticato sulla nascita della Guerra Fredda. Introduzione di Diego Zandel

di Elena Piccinini

Gammarò edizioni riporta alla luce “Le Porte di Ferro”, considerato dalla critica e da autori come Claudio Magris il miglior romanzo di Stefano Terra. Pubblicato originariamente nel 1979 e ora riproposto nella collana i Classici con un’introduzione di Diego Zandel, il libro è un potente intreccio di memorialistica, reportage e avventura che esplora le radici profonde dell’Europa contemporanea. La vicenda si apre nel 1946, sul treno che da Torino porta alla Conferenza di Pace di Parigi, dove le potenze vincitrici stanno ridisegnando cinicamente i confini del mondo. Il racconto vive dello sdoppiamento tra due protagonisti, entrambi alter ego dell’autore: il maturo giornalista Gerolamo Traversa, disilluso testimone dei grandi eventi storici, e il giovane Fioravanti, rivoluzionario trotzkista animato da un idealismo puro e pericoloso. Sullo sfondo di una Parigi affollata di delegati e agenti dei servizi segreti, il romanzo si muove tra gli intrighi diplomatici e lo spettro di guerriglie dimenticate — dai banderovisti ucraini ai ribelli delle Porte di Ferro sul Danubio — che si oppongono alla spartizione dell’Europa dettata dagli accordi di Yalta. Con una prosa lucida e incalzante, Terra racconta non solo la cronaca di un’epoca, ma anche il dramma delle popolazioni sacrificate alla ragion di Stato, come quelle della Venezia Giulia e dell’Istria. “Le Porte di Ferro” non è solo una preziosa testimonianza storica, ma una riflessione attuale sul potere, sul tradimento degli ideali e sulla “storia del cuore” che batte dietro i grandi mutamenti politici. Un’opera necessaria per combattere quello che Magris definisce “l’Alzheimer culturale” della nostra epoca.

Stefano Terra, giornalista e scrittore, nato a Torino l’11 agosto 1917, morto a Roma il 5 ottobre 1986. Antifascista del gruppo torinese di ”Giustizia e Libertà”, amico di L. Ginzburg e C. Pavese; costretto ad abbandonare l’Italia, proseguì l’attività clandestina in Egitto, al Cairo. Nel dopoguerra collaborò al Politecnico di E. Vittorini e diresse a Milano Il ’45. Inviato speciale per La Stampa e la RAI, si occupò delle vicende politiche dei Balcani e del Medio Oriente, risiedendo per lo più in Grecia.

«Sono nato nel 1917 a Torino, tra il rumore dei motori degli idrovolanti che provavano vicino al Po e le lettere dannunziane che mio padre mandava dal fronte a mia madre. Negli anni Trenta, la mia formazione è avvenuta tra i libri recuperati dai depositi per il macero e le biblioteche; eravamo un gruppo di “ragazzi avventurieri” che i più anziani e seri Cesare Pavese e Leone Ginzburg consideravano teste accese e pericolose. Tra lo studio irregolare e la passione per il cinema di Carné, abbiamo vissuto anni di cospirazione casta e ribelle: riunioni segrete, manifesti rivoluzionari e piccoli atti di sfida al regime, come quella bomba di carta fatta esplodere durante un’adunata oceanica. La guerra ci ha dispersi. Mobilitato per l’Albania, nel 1941 riuscii a raggiungere gli antifascisti al Cairo. In quegli anni turbolenti, mentre Rommel avanzava verso El Alamein, pubblicavo i miei primi racconti (Morte di Italiani) e il romanzo La generazione che non perdona. Nel dopoguerra, dopo la scomparsa di Enzo Sereni e la chiusura del Politecnico di Vittorini, scelsi la via dell’espatrio come giornalista. Per venticinque anni ho vissuto tra Parigi, i Balcani e il Levante, raccontando guerriglie, interviste e colpi di Stato. “Liquidavo ogni giorno la vita con un pezzo per il giornale”, finché, anni fa, ho deciso di abbandonare il mestiere per tornare alla letteratura pura. Sono nati così La fortezza del Kalimegdan e Calda come la colomba. Oggi vivo in una casa nell’Attica, tra vigne, eucalipti e il silenzio delle volpi all’imbrunire



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