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Lorenzino: ho morto il tiranno ed è ben morto
filodiritto di lunedì 29 novembre 2021
Capisco che le fonti sono trattate dagli storici con la cautela con cui l’artificiere fa deflagrare un ordigno, capisco che va di moda il romanzo storico con velleità da sceneggiatura dell’ennesima serie televisiva, ma a me questa “censura” dei dotti verso il popolo degli appassionati della storia mi sembra un atto di incredibile miopia, nella migliore delle ipotesi, e di studiata crudeltà, nella peggiore...

Capisco che le fonti sono trattate dagli storici con la cautela con cui l’artificiere fa deflagrare un ordigno, capisco che va di moda il romanzo storico con velleità da sceneggiatura dell’ennesima serie televisiva, ma a me questa “censura” dei dotti verso il popolo degli appassionati della storia mi sembra un atto di incredibile miopia, nella migliore delle ipotesi, e di studiata crudeltà, nella peggiore.

Ho provato allora la gioia del bimbo che – finalmente dopo tanto implorare – ha ricevuto via libera nella pasticceria sotto casa, nel trovarmi tra le mani il volume “Lorenzino e l’apologia del tirannicidio“ nel quale Vincenzo Gueglio ha intelligentemente scelto tra le diverse fonti (non solo coeve) quelle che per rilievo anche letterario illustrano storia e mito del tirannicidio ordito da Lorenzino de’ Medici il 6 gennaio 1537, finendo per comporre un’immagine che sembra uscita dal pennello di Bronzino, tanto è minuziosa nel tratteggiare i particolari senza essere pedante nel restituire l’insieme a colpo d’occhio.

Non una vicenda qualsiasi in quell’immenso caleidoscopio che fu il ‘500, una delle più emblematiche di un’epoca di passaggio definitivo verso la modernità (detto in senso meramente storico), di un sentire comune e di un vivere la scena politica come teatro.

Soprattutto una vicenda che ha goduto di alterna fortuna mediatica.

Perché come tutte le vicende destinate a sconfinare nella mitografia - e questo ce lo spiega bene Francesca Russo nel saggio introduttivo – l’uccisione di Alessandro de’ Medici, signore di Firenze per grazia dell’imperatore Carlo V, dal 6 luglio 1531 al 6 gennaio 1537, ad opera di Lorenzino (e del suo famiglio Michele del Tavolaccino detto Scoronconcolo, la cui vita richiederebbe almeno 48 puntate di serie televisiva) suscita le partigianerie più accese in alcuni secoli e in altri l’oblio.

Del resto, il tema del tirannicidio, sul piano politico, giuridico e letterario, è come un fiume carsico che attraversa la storia, almeno sino alla rivoluzione francese, perché dalla decapitazione di Re Luigi XVI o, meglio, da quella di Re Carlo I, tutto è cambiato. E precisamente è entrata in scena la massa democratica e la ricerca della preventiva giustificazione “giuridica”, mentre prima l’atto scellerato o virtuoso è di un singolo o di pochi, in ogni caso, oltre la legge, per la giustizia

Non importa allora se il tirannicida sia un eroe, un ingenuo, una pedina o, più semplicemente, un assassino, è comunque un attore che merita il ritratto in scena. Questo ne decreta il successo letterario, da Plutarco a Shakespeare.

Lorenzino ha goduto di una rinomanza e di una “stampa” formidabile. E non avrebbe avuto bisogno che altri narrassero il suo gesto e descrivessero le sue motivazioni, come pure è stato. Ci ha pensato lui, interpretando perfettamente la vocazione teatrale di tanti protagonisti del cinquecento.

E allora seguendo il florilegio studiato da Gueglio ma anche andando per ordine sparso, le ghiottonerie fioccano

A cominciare appunto dalla fonte delle fonti, l’Apologia scritta dallo stesso Lorenzino. Se non vogliamo credere a Pietro Giordani che – certo per iperbole – scrive a Leopardi essere la stessa “la sola cosa eloquente che abbia la nostra lingua”, almeno crederemo a Leopardi che afferma, come solo lui può fare quando giudica menando fendenti taglienti come sciabolate: “Onde i due soli eloquenti del cinquecento sono Lorenzino qui e il Tasso qua e là per tutte le sue opere che ambedue parlano sempre di se e il Tasso più dov’è più eloquente e bello e nobile ec. cioè nelle lettere che sono il suo meglio”.

Il perché ce lo spiega sempre Leopardi: “Perché quegli che parla di se medesimo non ha tempo né voglia di fare il sofista, e cercare luoghi comuni, che allora ogni vena più scarsa mette acqua che basta, e lo scrittore cava tutto da se, non lo deriva da lontano, sicché riesce spontaneo ed accomodato al soggetto, e in oltre caldo e veemente, né lo studio lo può raffreddare ma conformare e abbellire, come ha fatto nel caso nostro”.

Ed è proprio così.

Ai baloccamenti sofistici di chi pretende di giudicare il gesto sulla base della investitura della vittima – nel caso di specie, Alessandro godeva nientemeno di quella dell’imperatore (“per esser stato messo in Firenze dallo imperatore”) e, se non bastasse, del papa Clemente VII (probabilmente suo padre) – Lorenzino risponde, a conclusione delle proprie argomentazioni, “Sì che e costumi son quegli che fanno diventare e principi tiranni, contra tutte le investiture, tutte le ragioni e successioni del mondo”.

Punto, non c’è mica da aggiungere altro.

E giustamente Gueglio nota che si tratta di sentenza scolpita del marmo. Poteva non piacere a Leopardi? Può non piacere a chi rifugge le involuzioni del politico moderno?

In fin dei conti, se il costume fa il tiranno – indipendentemente dalla investitura, diremmo noi, dalla legittimazione – Lorenzino non può che scolpire quella che ha l’aria di una impresa che riassume una vita: “Sì che io concludo che e tiranni, in qualunque modo si ammazzino e si spenghino, sien ben morti”.

Certo Lorenzino sa bene che se a metro della sua azione è posto – machiavellicamente – il risultato, allora la sua risulta un fallimento. Ma ci fa intendere anche che quel metro serve per giudicare gli uomini, non coloro che svettano dalla massa informe del popolo così come delle famiglie magnatizie e dei letterati, vale a dire gli eroi.

Rivendica quindi il suo essere diverso dai fuoriusciti fiorentini che non hanno saputo e voluto unirsi a lui: “Per tutte queste ragioni io posso più presto vantarmi d’aver liberato Firenze avendola lasciata senza tiranno, che non posson lor dire ch’io abbia mancato in conto alcunoperché non solo io ho morto il tiranno, ma io sono andato io medesimo a exortare e sollicitare quegli ch’io sapevo che potevano, e pensavo che volessino, far più delli altri per la libertà della patria loro”.

Un po’ più involute ma per noi interessantissime le parole spese da Lorenzino per ricordare a tutti che il Duca ammazzato era un bastardo e quindi non si poteva neppure parlare di parentela tra i due. Anche qui esce la materia viva cinquecentesca che noi possiamo solo assaporare ma certo non comprendere del tutto.

In questo gioco tragico, in questa messa in scena degna per truculenza di una delle tragedie di Marlowe, il tirannicida, inseguito dal peso dell’azione e della rivendicazione, finisce ammazzato nel 1548 a Venezia dai sicari inviati dall’imperatore e dal nuovo duca di Firenze, Cosimo (che, secondo il nostro giudizio, visto il vantaggio tratto, avrebbe dovuto commissionare un monumento al tirannicida).

Al voyerista represso che si nasconde in noi ricordo peraltro che anche Lorenzino, manco a dirlo, è vittima indiretta di un agognato amplesso, in questo caso con quello schianto che a giudicare dai suoi contemporanei doveva essere Elena Barozzi. Così come dieci anni prima Alessandro sperava (glielo aveva fatto credere Lorenzino) di poter godere dei favori di una delle magnifiche nobildonne fiorentine, finendo invece nella trappola tesa da Lorenzino.

Qui casca l’asino, perché la modalità del tirannicidio e le falsità che lo conducono a compimento colorano tutto il gesto (San Tommaso docet). Di grandezza ce n’è davvero poca, anzi c’è la noncuranza rispetto al rischio del fango schizzato sulle nobildonne ingiustamente accusate loro pure di tradimento. Ma su questo torniamo dopo.

Resta il fatto che non capisco cosa si cerca nel banale rito delle serie tv, quando puoi avere per le mani calda e viva la storia scritta da chi l’ha fatta e vissuta

Tra l’altro, sia detto neanche troppo per inciso, quello che non capiranno mai i nostri produttori e registi, ma del resto hanno ragione loro, almeno secondo il giudizio del pubblico, è che non basta vestire di perfetti costumi i tuoi attori, li devi fare parlare, magari cercando di evitare il linguaggio da pausa caffè. E allora le soluzioni sono due, o ti inventi di sana pianta una lingua (Monicelli docet) oppure ti industri sfruttando i diversi spunti che provengono dai testi dell’epoca, nei quali trovi il volgare del giurista, del dotto, dell’ambasciatore, del cronista, dello storico, del letterato, dell’uomo d’arme, insomma hai a disposizione un ventaglio infinito da cui attingere, pur di evitare le frasi e le espressioni di oggi (e gli sguardi beoti degli attori che le ripetono).

Al riguardo basta vedere la serie sui Medici per mettersi a piangere per lo sconforto. Pazienza, ogni epoca ha l’intrattenimento che si merita. E la nostra non riesce a esprimere grandezza neppure in quello. 

Nel volume di Gammarò edizioni di testi se ne trovano a iosa. Non solo coevi, ma su su sino ai giorni nostri, geniale l’inserimento dei Cantos di Ezra Pound. Dirli tutti è impossibile quanto è ricco (e curato). Ne richiamo solo due.

Se Lorenzino ha scritto la sua apologia, vale la pena di citare la relazione di Francesco Bibboni, che lo uccise: è la storia di un uomo d’arme, di una taglia, di misure di intelligence, di un “servizio”, della fuga protetta e della meritata ricompensa. 

Ci racconta Francesco (prendano appunti i registi, hanno la scena pronta) – certo pro domo sua – in merito all’agguato con il quale lui e Bebo (Riccio da Volterra) hanno sorpreso Lorenzino e Alessandro Soderini: “Innanzi che io mi potessi mettere in arnese, toccai te imbroccate, o come si dice, tre stoccate; e se io avevo giaco come corazzina, mi passava al certo, perché ero anco sotto misura; alla quarta botta m’ero assai rifatto d’animo e di forze, onde me gli strinsi addosso e gli tirai quattro cultellate alla volta della testa, e per essergli stato appresso, egli non mi poteva più colpire; ma, volendo ripararsi con il braccio e colla spada, pensando così di ripararsi bene, come Dio volse lo colsi nella congiuntura della mano appresso la manica di maglia, e giù gli tagliai la mano di netto, e subito gli diedi un’altra ferita sulla testa, che fu l’ultima. Allora mi chiese la vita per amor di Dio, ed io che avevo pena di quello che facesse Bebo [altro sicario], lo lasciai nelle braccia di un gentiluomo veneziano, che lo tenne che non si gettasse in canale. Nel voltarmi, trovai che Lorenzo era in ginocchioni, e si rizzava, ond’io in collera gli tirai una gran coltellata sulla testa, e fattogliene due parti, lo distesi a’ miei piedi, né più si rizzò”.

Tornando poi al sotterfugio e alla condotta che ha mascherato il tradimento, cito quanto scrive Fra Giuliano Ughi della Cavallina, perché, come ci ricorda Gueglio, vi si riscontra in controluce la dottrina di San Tommaso sul tirannicidio: “Per poter adunque in qualche tempo ed in qualche modo mettere ad effetto il detto suo pensiero, sappiendo che contro a un tiranno non si può usare alcun modo che sia da essere chiamato tradimento o da essere biasimato, pur che ne seguiti l’effetto di levare il tiranno dal mondo; e vedendo non potere usar le forze, pensò usare l’astuzia e l’inganno”.

In realtà possiamo supporre davvero che Lorenzino giocasse un’altra partita: quella dell’eroe che sarà poi detto romantico, non dell’uomo di tutti i giorni, della costruzione del mito e del gesto teatrale. In fin dei conti di colui che gioca per sé e non per la squadra, a dispetto delle velleitarie mire di restaurazione repubblicana – quanto effettivamente sentite e credibili con la mano dell’imperatore sull’Italia e il re di Francia a leccarsi ancora le ferite? Forse è la logica stessa del tirannicidio, una partita a scacchi, nulla di più, da non imbellettare con la retorica

Sia come sia, possiamo ringraziare Gueglio e Gammarò edizioni se sfogliando qualche pagina possiamo essere magnetizzati da quel mondo, non filtrato dagli occhi di oggi. Dei caveat degli storici, francamente, ce ne infischiamo.

Alle volte, se dobbiamo sbagliare il giudizio è bene farlo da soli e da soli farci abbindolare da questa o quella cronaca che racconta i fatti con faziosità e partigianeria, per poi cercare, se vogliamo e con fatica, di ricostruire da noi la scena del tirannicidio e le motivazioni che l’hanno indotto. È un processo che ci aiuta anche oggi nel mondo delle cosiddette fake news. 

Che poi volumi come questo finiscano per essere divorati dalle logiche inflazionistiche del librificio odierno è un altro segno dei tempi. Io me lo sono goduto. Spero solo che a quest’opera ne seguano altre con la stessa impronta.



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Capisco che le fonti sono trattate dagli storici con la cautela con cui l’artificiere fa deflagrare un ordigno, capisco che va di moda il romanzo storico con velleità da sceneggiatura dell’ennesima serie televisiva, ma a me questa “censura” dei dotti verso il popolo degli appassionati della storia mi sembra un atto di incredibile miopia, nella migliore delle ipotesi, e di studiata crudeltà, nella peggiore...

Capisco che le fonti sono trattate dagli storici con la cautela con cui l’artificiere fa deflagrare un ordigno, capisco che va di moda il romanzo storico con velleità da sceneggiatura dell’ennesima serie televisiva, ma a me questa “censura” dei dotti verso il popolo degli appassionati della storia mi sembra un atto di incredibile miopia, nella migliore delle ipotesi, e di studiata crudeltà, nella peggiore.

Ho provato allora la gioia del bimbo che – finalmente dopo tanto implorare – ha ricevuto via libera nella pasticceria sotto casa, nel trovarmi tra le mani il volume “Lorenzino e l’apologia del tirannicidio“ nel quale Vincenzo Gueglio ha intelligentemente scelto tra le diverse fonti (non solo coeve) quelle che per rilievo anche letterario illustrano storia e mito del tirannicidio ordito da Lorenzino de’ Medici il 6 gennaio 1537, finendo per comporre un’immagine che sembra uscita dal pennello di Bronzino, tanto è minuziosa nel tratteggiare i particolari senza essere pedante nel restituire l’insieme a colpo d’occhio.

Non una vicenda qualsiasi in quell’immenso caleidoscopio che fu il ‘500, una delle più emblematiche di un’epoca di passaggio definitivo verso la modernità (detto in senso meramente storico), di un sentire comune e di un vivere la scena politica come teatro.

Soprattutto una vicenda che ha goduto di alterna fortuna mediatica.

Perché come tutte le vicende destinate a sconfinare nella mitografia - e questo ce lo spiega bene Francesca Russo nel saggio introduttivo – l’uccisione di Alessandro de’ Medici, signore di Firenze per grazia dell’imperatore Carlo V, dal 6 luglio 1531 al 6 gennaio 1537, ad opera di Lorenzino (e del suo famiglio Michele del Tavolaccino detto Scoronconcolo, la cui vita richiederebbe almeno 48 puntate di serie televisiva) suscita le partigianerie più accese in alcuni secoli e in altri l’oblio.

Del resto, il tema del tirannicidio, sul piano politico, giuridico e letterario, è come un fiume carsico che attraversa la storia, almeno sino alla rivoluzione francese, perché dalla decapitazione di Re Luigi XVI o, meglio, da quella di Re Carlo I, tutto è cambiato. E precisamente è entrata in scena la massa democratica e la ricerca della preventiva giustificazione “giuridica”, mentre prima l’atto scellerato o virtuoso è di un singolo o di pochi, in ogni caso, oltre la legge, per la giustizia

Non importa allora se il tirannicida sia un eroe, un ingenuo, una pedina o, più semplicemente, un assassino, è comunque un attore che merita il ritratto in scena. Questo ne decreta il successo letterario, da Plutarco a Shakespeare.

Lorenzino ha goduto di una rinomanza e di una “stampa” formidabile. E non avrebbe avuto bisogno che altri narrassero il suo gesto e descrivessero le sue motivazioni, come pure è stato. Ci ha pensato lui, interpretando perfettamente la vocazione teatrale di tanti protagonisti del cinquecento.

E allora seguendo il florilegio studiato da Gueglio ma anche andando per ordine sparso, le ghiottonerie fioccano

A cominciare appunto dalla fonte delle fonti, l’Apologia scritta dallo stesso Lorenzino. Se non vogliamo credere a Pietro Giordani che – certo per iperbole – scrive a Leopardi essere la stessa “la sola cosa eloquente che abbia la nostra lingua”, almeno crederemo a Leopardi che afferma, come solo lui può fare quando giudica menando fendenti taglienti come sciabolate: “Onde i due soli eloquenti del cinquecento sono Lorenzino qui e il Tasso qua e là per tutte le sue opere che ambedue parlano sempre di se e il Tasso più dov’è più eloquente e bello e nobile ec. cioè nelle lettere che sono il suo meglio”.

Il perché ce lo spiega sempre Leopardi: “Perché quegli che parla di se medesimo non ha tempo né voglia di fare il sofista, e cercare luoghi comuni, che allora ogni vena più scarsa mette acqua che basta, e lo scrittore cava tutto da se, non lo deriva da lontano, sicché riesce spontaneo ed accomodato al soggetto, e in oltre caldo e veemente, né lo studio lo può raffreddare ma conformare e abbellire, come ha fatto nel caso nostro”.

Ed è proprio così.

Ai baloccamenti sofistici di chi pretende di giudicare il gesto sulla base della investitura della vittima – nel caso di specie, Alessandro godeva nientemeno di quella dell’imperatore (“per esser stato messo in Firenze dallo imperatore”) e, se non bastasse, del papa Clemente VII (probabilmente suo padre) – Lorenzino risponde, a conclusione delle proprie argomentazioni, “Sì che e costumi son quegli che fanno diventare e principi tiranni, contra tutte le investiture, tutte le ragioni e successioni del mondo”.

Punto, non c’è mica da aggiungere altro.

E giustamente Gueglio nota che si tratta di sentenza scolpita del marmo. Poteva non piacere a Leopardi? Può non piacere a chi rifugge le involuzioni del politico moderno?

In fin dei conti, se il costume fa il tiranno – indipendentemente dalla investitura, diremmo noi, dalla legittimazione – Lorenzino non può che scolpire quella che ha l’aria di una impresa che riassume una vita: “Sì che io concludo che e tiranni, in qualunque modo si ammazzino e si spenghino, sien ben morti”.

Certo Lorenzino sa bene che se a metro della sua azione è posto – machiavellicamente – il risultato, allora la sua risulta un fallimento. Ma ci fa intendere anche che quel metro serve per giudicare gli uomini, non coloro che svettano dalla massa informe del popolo così come delle famiglie magnatizie e dei letterati, vale a dire gli eroi.

Rivendica quindi il suo essere diverso dai fuoriusciti fiorentini che non hanno saputo e voluto unirsi a lui: “Per tutte queste ragioni io posso più presto vantarmi d’aver liberato Firenze avendola lasciata senza tiranno, che non posson lor dire ch’io abbia mancato in conto alcunoperché non solo io ho morto il tiranno, ma io sono andato io medesimo a exortare e sollicitare quegli ch’io sapevo che potevano, e pensavo che volessino, far più delli altri per la libertà della patria loro”.

Un po’ più involute ma per noi interessantissime le parole spese da Lorenzino per ricordare a tutti che il Duca ammazzato era un bastardo e quindi non si poteva neppure parlare di parentela tra i due. Anche qui esce la materia viva cinquecentesca che noi possiamo solo assaporare ma certo non comprendere del tutto.

In questo gioco tragico, in questa messa in scena degna per truculenza di una delle tragedie di Marlowe, il tirannicida, inseguito dal peso dell’azione e della rivendicazione, finisce ammazzato nel 1548 a Venezia dai sicari inviati dall’imperatore e dal nuovo duca di Firenze, Cosimo (che, secondo il nostro giudizio, visto il vantaggio tratto, avrebbe dovuto commissionare un monumento al tirannicida).

Al voyerista represso che si nasconde in noi ricordo peraltro che anche Lorenzino, manco a dirlo, è vittima indiretta di un agognato amplesso, in questo caso con quello schianto che a giudicare dai suoi contemporanei doveva essere Elena Barozzi. Così come dieci anni prima Alessandro sperava (glielo aveva fatto credere Lorenzino) di poter godere dei favori di una delle magnifiche nobildonne fiorentine, finendo invece nella trappola tesa da Lorenzino.

Qui casca l’asino, perché la modalità del tirannicidio e le falsità che lo conducono a compimento colorano tutto il gesto (San Tommaso docet). Di grandezza ce n’è davvero poca, anzi c’è la noncuranza rispetto al rischio del fango schizzato sulle nobildonne ingiustamente accusate loro pure di tradimento. Ma su questo torniamo dopo.

Resta il fatto che non capisco cosa si cerca nel banale rito delle serie tv, quando puoi avere per le mani calda e viva la storia scritta da chi l’ha fatta e vissuta

Tra l’altro, sia detto neanche troppo per inciso, quello che non capiranno mai i nostri produttori e registi, ma del resto hanno ragione loro, almeno secondo il giudizio del pubblico, è che non basta vestire di perfetti costumi i tuoi attori, li devi fare parlare, magari cercando di evitare il linguaggio da pausa caffè. E allora le soluzioni sono due, o ti inventi di sana pianta una lingua (Monicelli docet) oppure ti industri sfruttando i diversi spunti che provengono dai testi dell’epoca, nei quali trovi il volgare del giurista, del dotto, dell’ambasciatore, del cronista, dello storico, del letterato, dell’uomo d’arme, insomma hai a disposizione un ventaglio infinito da cui attingere, pur di evitare le frasi e le espressioni di oggi (e gli sguardi beoti degli attori che le ripetono).

Al riguardo basta vedere la serie sui Medici per mettersi a piangere per lo sconforto. Pazienza, ogni epoca ha l’intrattenimento che si merita. E la nostra non riesce a esprimere grandezza neppure in quello. 

Nel volume di Gammarò edizioni di testi se ne trovano a iosa. Non solo coevi, ma su su sino ai giorni nostri, geniale l’inserimento dei Cantos di Ezra Pound. Dirli tutti è impossibile quanto è ricco (e curato). Ne richiamo solo due.

Se Lorenzino ha scritto la sua apologia, vale la pena di citare la relazione di Francesco Bibboni, che lo uccise: è la storia di un uomo d’arme, di una taglia, di misure di intelligence, di un “servizio”, della fuga protetta e della meritata ricompensa. 

Ci racconta Francesco (prendano appunti i registi, hanno la scena pronta) – certo pro domo sua – in merito all’agguato con il quale lui e Bebo (Riccio da Volterra) hanno sorpreso Lorenzino e Alessandro Soderini: “Innanzi che io mi potessi mettere in arnese, toccai te imbroccate, o come si dice, tre stoccate; e se io avevo giaco come corazzina, mi passava al certo, perché ero anco sotto misura; alla quarta botta m’ero assai rifatto d’animo e di forze, onde me gli strinsi addosso e gli tirai quattro cultellate alla volta della testa, e per essergli stato appresso, egli non mi poteva più colpire; ma, volendo ripararsi con il braccio e colla spada, pensando così di ripararsi bene, come Dio volse lo colsi nella congiuntura della mano appresso la manica di maglia, e giù gli tagliai la mano di netto, e subito gli diedi un’altra ferita sulla testa, che fu l’ultima. Allora mi chiese la vita per amor di Dio, ed io che avevo pena di quello che facesse Bebo [altro sicario], lo lasciai nelle braccia di un gentiluomo veneziano, che lo tenne che non si gettasse in canale. Nel voltarmi, trovai che Lorenzo era in ginocchioni, e si rizzava, ond’io in collera gli tirai una gran coltellata sulla testa, e fattogliene due parti, lo distesi a’ miei piedi, né più si rizzò”.

Tornando poi al sotterfugio e alla condotta che ha mascherato il tradimento, cito quanto scrive Fra Giuliano Ughi della Cavallina, perché, come ci ricorda Gueglio, vi si riscontra in controluce la dottrina di San Tommaso sul tirannicidio: “Per poter adunque in qualche tempo ed in qualche modo mettere ad effetto il detto suo pensiero, sappiendo che contro a un tiranno non si può usare alcun modo che sia da essere chiamato tradimento o da essere biasimato, pur che ne seguiti l’effetto di levare il tiranno dal mondo; e vedendo non potere usar le forze, pensò usare l’astuzia e l’inganno”.

In realtà possiamo supporre davvero che Lorenzino giocasse un’altra partita: quella dell’eroe che sarà poi detto romantico, non dell’uomo di tutti i giorni, della costruzione del mito e del gesto teatrale. In fin dei conti di colui che gioca per sé e non per la squadra, a dispetto delle velleitarie mire di restaurazione repubblicana – quanto effettivamente sentite e credibili con la mano dell’imperatore sull’Italia e il re di Francia a leccarsi ancora le ferite? Forse è la logica stessa del tirannicidio, una partita a scacchi, nulla di più, da non imbellettare con la retorica

Sia come sia, possiamo ringraziare Gueglio e Gammarò edizioni se sfogliando qualche pagina possiamo essere magnetizzati da quel mondo, non filtrato dagli occhi di oggi. Dei caveat degli storici, francamente, ce ne infischiamo.

Alle volte, se dobbiamo sbagliare il giudizio è bene farlo da soli e da soli farci abbindolare da questa o quella cronaca che racconta i fatti con faziosità e partigianeria, per poi cercare, se vogliamo e con fatica, di ricostruire da noi la scena del tirannicidio e le motivazioni che l’hanno indotto. È un processo che ci aiuta anche oggi nel mondo delle cosiddette fake news. 

Che poi volumi come questo finiscano per essere divorati dalle logiche inflazionistiche del librificio odierno è un altro segno dei tempi. Io me lo sono goduto. Spero solo che a quest’opera ne seguano altre con la stessa impronta.



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