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«Sarajevo» di Silvia Maraone e Anna Scavuzzo
CONVENZIONALI di martedģ 5 gennaio 2016


Avrebbero voluto costruire sul lato destro della Miljacka il più grande edificio mai visto a Sarajevo, che avrebbe potuto mostrare il potere imperiale. Ma il luogo dove sarebbe dovuto sorgere il cantiere era situato esattamente nella proprietà di un vecchio signore di nome Benderija, un cittadino sarajevita che non aveva nessuna intenzione di permettere la demolizione della propria casa.

Sarajevo, di Anna Scavuzzo e Silvia Maraone, Oltre edizioni.
È una città che ha conosciuto l’impero e vissuto la guerra, e ne porta ancora i segni, fatta di gente che ha profondo il senso della dignità, dell’onore, del rispetto e dell’identità, il che talvolta però ha determinato, nel corso della storia, degenerando, conseguenze terribili. È la capitale di uno stato in cui le poltrone sono state moltiplicate, in cui la parola etnia ha un gusto che evoca direttamente l’orrore, i quartieri spopolati riecheggiano dell’eco di risa di bambini a cui non è stato consentito di diventare adulti, il campanilismo è talmente venato di astio che cartelli stradali che indichino città non amiche non ve ne sono, così come non esistono collegamenti diretti, e tutto è talmente complesso che ovunque, persino sui pacchetti di sigarette o sugli incarti dei cibi confezionati, ogni cosa è scritta identica tre volte, in croato, in bosniaco e in serbo, e se almeno quest’ultimo idioma ha l’alfabeto cirillico i primi due, invece, sono del tutto uguali, fin nella pronuncia, ma per ognuno è l’altro a essere identico a lui, non il contrario. Una realtà complicata, per una terra di indubbio e struggente fascino: le due autrici redigono un volume che non è un diario di viaggio, è un viaggio esso stesso. Da leggere.

Gabriele Ottaviani

[leggi l'articolo originale su Convenzionali]


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CONVENZIONALI - martedģ 5 gennaio 2016


Avrebbero voluto costruire sul lato destro della Miljacka il più grande edificio mai visto a Sarajevo, che avrebbe potuto mostrare il potere imperiale. Ma il luogo dove sarebbe dovuto sorgere il cantiere era situato esattamente nella proprietà di un vecchio signore di nome Benderija, un cittadino sarajevita che non aveva nessuna intenzione di permettere la demolizione della propria casa.

Sarajevo, di Anna Scavuzzo e Silvia Maraone, Oltre edizioni.
È una città che ha conosciuto l’impero e vissuto la guerra, e ne porta ancora i segni, fatta di gente che ha profondo il senso della dignità, dell’onore, del rispetto e dell’identità, il che talvolta però ha determinato, nel corso della storia, degenerando, conseguenze terribili. È la capitale di uno stato in cui le poltrone sono state moltiplicate, in cui la parola etnia ha un gusto che evoca direttamente l’orrore, i quartieri spopolati riecheggiano dell’eco di risa di bambini a cui non è stato consentito di diventare adulti, il campanilismo è talmente venato di astio che cartelli stradali che indichino città non amiche non ve ne sono, così come non esistono collegamenti diretti, e tutto è talmente complesso che ovunque, persino sui pacchetti di sigarette o sugli incarti dei cibi confezionati, ogni cosa è scritta identica tre volte, in croato, in bosniaco e in serbo, e se almeno quest’ultimo idioma ha l’alfabeto cirillico i primi due, invece, sono del tutto uguali, fin nella pronuncia, ma per ognuno è l’altro a essere identico a lui, non il contrario. Una realtà complicata, per una terra di indubbio e struggente fascino: le due autrici redigono un volume che non è un diario di viaggio, è un viaggio esso stesso. Da leggere.

Gabriele Ottaviani

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