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Sapore di... Limoni
Oggi7 - AmericaOggi di marted 21 giugno 2022
Storico ritorno, dopo linterruzione dinizio secolo XXI, del prestigioso agro-dolce annuario della poesia italiana: fu fondato nel 94 da Francesco De Nicola e Giuliano Manacorda

di Gabriella Pace
È UN FATTO che tra il secondo dopoguerra e la metà degli anni Settanta le discussioni sulla storia e sul canone della poesia siano state le discussioni sui destini del mondo. Un’affermazione forse iperbolica, ma indicativa di un clima e di un’epoca letteraria ormai tramontata. La storia della poesia italiana di quegli anni è fatta di dibattito: i contenuti rappresi nelle forme della poesia si fronteggiano e si accorpano. Attraverso molti passaggi e mutamenti antropologici, cambia, in senso dialettico, il rapporto della poesia – e del poeta – con la tradizione. Il Festival di Castelporziano, nel 1979, segna una scossa tellurica senza precedenti: ciò che irreparabilmente viene meno è la prospettiva unitaria, quel campo letterario in cui le forze si confrontano in modo dialettico diviene in breve un terreno franoso in cui entrano in discussione tradizione e ruolo. Interverranno di lì a poco altri profondi mutamenti, primo fra tutti la nascita di internet. La rete ha modificato definitivamente il modo di rendere pubbliche le opere, e di discuterne. Il mondo dell’editoria non ha potuto che prenderne atto, registrando a sua volta un notevole cambiamento. Nel 1994, a quindici anni di distanza dal Festival, uscì il primo numero de ‘I limoni’, annuario originale e fruttuoso della poesia italiana. Il titolo richiamava il componimento di Montale, a intendere che qui non si volevano celebrare i ‘poeti laureati’ e che il gusto un po’ aspro di questi frutti non sarebbe mancato alle pagine.
La cadenza periodica e l’intento di raccogliere e restituire informazioni più ampie di quelle criticamente inserite in una scelta antologica, fanno di questa pubblicazione uno strumento utilissimo per orientarsi in un panorama sempre più complesso e multiforme. L’annuario era – ed è – articolato in due sezioni: nella prima sono ospitati brevi saggi relativi alla poesia e ai poeti, nella seconda sono raccolte decine di recensioni, non rapide schede ma più ampie incursioni nei libri di poesia usciti nell’anno precedente. Interrotto alle soglie del XXI secolo, quando i due fondatori (Francesco De Nicola e Giuliano Manacorda) si impegnarono nella pubblicazione di un’antologia della poesia italiana del Novecento, l’annuario si riaffaccia oggi nel panorama editoriale. Il volume si apre con una premessa di Francesco De Nicola sulle ragioni di una ‘rinascita’, nella quale memoria della passata esperienza e progettazione della futura si fondono a commoventi e intense testimonianze di come la poesia sia intessuta dell’amicizia e dello scambio tra poeti. Maria Teresa Caprile affronta le potenzialità del linguaggio nell’insegnamento dell’italiano agli stranieri, laddove avvicinarsi al magma incandescente della parola poetica, per tradurla e trasmetterla, diviene occasione per una profonda riflessione circa la ‘necessità’ della poesia, con una interessante disamina che percorre le diverse posizioni di Montale, Ungaretti e Caproni.
Il contributo a firma di Valentina Colonna è molto affascinante per chi, come me, non è un nativo dell’era informatica e ha dovuto progressivamente adattarsi a un nuovo sistema di scrittura e di comunicazione. Il testo analizza i fondamentali cambiamenti occorsi con l’avvento del web, in un’ottica profondamente costruttiva, in grado di orientare nelle significative opportunità offerte dal networking (https:// www.versepolis.com/).
Il testo di Paolo Bonini è particolarmente ricco perché offre un punto di vista ormai raro, quello di chi ha esercitato per cinquanta anni il mestiere di libraio, affiancando all’esperienza le proprie passioni e gli inevitabili crucci per un genere – la poesia – passato in una manciata di anni dall’essere «la Cenerentola delle arti» a diventare «solo una scopa nello sgabuzzino chiuso». Bonini affronta un excursus nello ‘scaffale’ della poesia anche attraverso le collane di piccole e grandi case editrici che le hanno dato voce. Vincenzo Gueglio ci offre una pagina di attenta analisi della poetica di Guido Gozzano, analizzandone inoltre la fortuna critica, da Renato Serra a Benedetto Croce, per finire con un Montale esatto quanto affilato nel riconoscere come l’autore piemontese sia stato «il primo a che abbia dato scintille facendo cozzare l’aulico col prosaico». Francesco De Nicola è presente, inoltre, con un denso saggio su Rodolfo Di Biasio, porgendo uno strumento prezioso a chi voglia orientarsi e conoscere meglio questo poeta immenso, recentemente scomparso. La sua parabola letteraria è ricostruita a partire dagli esordi appartati rispetto alla vivace transizione degli anni Sessanta, per giungere alla progressiva individuazione di una voce in cui «irrompe il mito e l’eco della classicità come recupero di un modello millenario». Poesia aurorale quella di Di Biasio, fatta di ricerca del nitore armonioso delle origini, da ravvisarsi nel familiare e intimo ambiente contadino e nell’universale interrogarsi sul destino degli uomini: «Noi creatori da sempre di miti / muoviamo passi obsoleti […] / D’un balzo / aprire gli occhi / su intatti oceani siderali». Franco Borrelli sull’«andare oltre» di Rodolfo Di Biasio, analizza, invece, contestualizzando i vari aspetti dello scrittore, l’attività di prosatore di quest’ultimo, con particolare riferimento ai temi fondamentali della guerra e dell’emigrazione. La sua sensibile e attenta analisi ‘indica’ la linea portante di questo autore, evidenziandone i temi, di profonda umanità. Arnaldo Colasanti descrive in modo esatto e toccante «le verità umane e insopportabili» di Rodolfo Di Biasio, indicando molte suggestioni linguistiche e processi poetici che fanno di questo scrittore l’esponente di una ricerca estenuata, fatta di «ferocia segreta del dolore della vita e insieme ‘luce dilaniata’ dentro la meraviglia della compassione».
Giuseppe Grattacaso analizza ne «la parte mancante», la ricchezza del rapporto tra la poesia e i suoi lettori, restituendo l’immagine di rara bellezza di una prosa di Sbarbaro: il lichene che come la parola basta a sé stesso. Il testo di Domenico Adriano è parola poetica che si fa riso tra le lacrime. Nel suo contributo abbiamo la fortuna d’incontrare un paradigma: l’emozione – e l’aspirazione – del giovane scrittore che indirizza, pieno di aspettative, il suo lavoro inedito alla giuria di un premio letterario, avendo appreso che uno dei giurati è un – ignaro – Mario Luzi. Sarà travolto da una valanga di lettere che gli chiederanno d’iscriversi ad altrettanti premi. Semplicemente una catena servita a diffondere il suo indirizzo tra molti. Il saggio, esilarante e ricco di autentiche testimonianze sui premi letterari si chiude con lo scambio di sguardi struggente quanto intenso del giovane (Adriano) e dell’anziano poeta (Bertolucci), di fronte alla contingenza di una scarpa slacciata. Conclude la sezione dei saggi un’interessante intervista di Stefano Bigazzi a Claudio Pozzani, direttore artistico del Festival Internazionale di Poesia di Genova, nato nel 1995.
Seguono 36 recensioni, di autori diversi, che restituiscono la loro passione di lettori, ancora prima che di critici e di filologi. La scelta, encomiabile, è di dare voce a posizioni diverse, cercando di restituire una coralità di canto.


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Storico ritorno, dopo linterruzione dinizio secolo XXI, del prestigioso agro-dolce annuario della poesia italiana: fu fondato nel 94 da Francesco De Nicola e Giuliano Manacorda

di Gabriella Pace
È UN FATTO che tra il secondo dopoguerra e la metà degli anni Settanta le discussioni sulla storia e sul canone della poesia siano state le discussioni sui destini del mondo. Un’affermazione forse iperbolica, ma indicativa di un clima e di un’epoca letteraria ormai tramontata. La storia della poesia italiana di quegli anni è fatta di dibattito: i contenuti rappresi nelle forme della poesia si fronteggiano e si accorpano. Attraverso molti passaggi e mutamenti antropologici, cambia, in senso dialettico, il rapporto della poesia – e del poeta – con la tradizione. Il Festival di Castelporziano, nel 1979, segna una scossa tellurica senza precedenti: ciò che irreparabilmente viene meno è la prospettiva unitaria, quel campo letterario in cui le forze si confrontano in modo dialettico diviene in breve un terreno franoso in cui entrano in discussione tradizione e ruolo. Interverranno di lì a poco altri profondi mutamenti, primo fra tutti la nascita di internet. La rete ha modificato definitivamente il modo di rendere pubbliche le opere, e di discuterne. Il mondo dell’editoria non ha potuto che prenderne atto, registrando a sua volta un notevole cambiamento. Nel 1994, a quindici anni di distanza dal Festival, uscì il primo numero de ‘I limoni’, annuario originale e fruttuoso della poesia italiana. Il titolo richiamava il componimento di Montale, a intendere che qui non si volevano celebrare i ‘poeti laureati’ e che il gusto un po’ aspro di questi frutti non sarebbe mancato alle pagine.
La cadenza periodica e l’intento di raccogliere e restituire informazioni più ampie di quelle criticamente inserite in una scelta antologica, fanno di questa pubblicazione uno strumento utilissimo per orientarsi in un panorama sempre più complesso e multiforme. L’annuario era – ed è – articolato in due sezioni: nella prima sono ospitati brevi saggi relativi alla poesia e ai poeti, nella seconda sono raccolte decine di recensioni, non rapide schede ma più ampie incursioni nei libri di poesia usciti nell’anno precedente. Interrotto alle soglie del XXI secolo, quando i due fondatori (Francesco De Nicola e Giuliano Manacorda) si impegnarono nella pubblicazione di un’antologia della poesia italiana del Novecento, l’annuario si riaffaccia oggi nel panorama editoriale. Il volume si apre con una premessa di Francesco De Nicola sulle ragioni di una ‘rinascita’, nella quale memoria della passata esperienza e progettazione della futura si fondono a commoventi e intense testimonianze di come la poesia sia intessuta dell’amicizia e dello scambio tra poeti. Maria Teresa Caprile affronta le potenzialità del linguaggio nell’insegnamento dell’italiano agli stranieri, laddove avvicinarsi al magma incandescente della parola poetica, per tradurla e trasmetterla, diviene occasione per una profonda riflessione circa la ‘necessità’ della poesia, con una interessante disamina che percorre le diverse posizioni di Montale, Ungaretti e Caproni.
Il contributo a firma di Valentina Colonna è molto affascinante per chi, come me, non è un nativo dell’era informatica e ha dovuto progressivamente adattarsi a un nuovo sistema di scrittura e di comunicazione. Il testo analizza i fondamentali cambiamenti occorsi con l’avvento del web, in un’ottica profondamente costruttiva, in grado di orientare nelle significative opportunità offerte dal networking (https:// www.versepolis.com/).
Il testo di Paolo Bonini è particolarmente ricco perché offre un punto di vista ormai raro, quello di chi ha esercitato per cinquanta anni il mestiere di libraio, affiancando all’esperienza le proprie passioni e gli inevitabili crucci per un genere – la poesia – passato in una manciata di anni dall’essere «la Cenerentola delle arti» a diventare «solo una scopa nello sgabuzzino chiuso». Bonini affronta un excursus nello ‘scaffale’ della poesia anche attraverso le collane di piccole e grandi case editrici che le hanno dato voce. Vincenzo Gueglio ci offre una pagina di attenta analisi della poetica di Guido Gozzano, analizzandone inoltre la fortuna critica, da Renato Serra a Benedetto Croce, per finire con un Montale esatto quanto affilato nel riconoscere come l’autore piemontese sia stato «il primo a che abbia dato scintille facendo cozzare l’aulico col prosaico». Francesco De Nicola è presente, inoltre, con un denso saggio su Rodolfo Di Biasio, porgendo uno strumento prezioso a chi voglia orientarsi e conoscere meglio questo poeta immenso, recentemente scomparso. La sua parabola letteraria è ricostruita a partire dagli esordi appartati rispetto alla vivace transizione degli anni Sessanta, per giungere alla progressiva individuazione di una voce in cui «irrompe il mito e l’eco della classicità come recupero di un modello millenario». Poesia aurorale quella di Di Biasio, fatta di ricerca del nitore armonioso delle origini, da ravvisarsi nel familiare e intimo ambiente contadino e nell’universale interrogarsi sul destino degli uomini: «Noi creatori da sempre di miti / muoviamo passi obsoleti […] / D’un balzo / aprire gli occhi / su intatti oceani siderali». Franco Borrelli sull’«andare oltre» di Rodolfo Di Biasio, analizza, invece, contestualizzando i vari aspetti dello scrittore, l’attività di prosatore di quest’ultimo, con particolare riferimento ai temi fondamentali della guerra e dell’emigrazione. La sua sensibile e attenta analisi ‘indica’ la linea portante di questo autore, evidenziandone i temi, di profonda umanità. Arnaldo Colasanti descrive in modo esatto e toccante «le verità umane e insopportabili» di Rodolfo Di Biasio, indicando molte suggestioni linguistiche e processi poetici che fanno di questo scrittore l’esponente di una ricerca estenuata, fatta di «ferocia segreta del dolore della vita e insieme ‘luce dilaniata’ dentro la meraviglia della compassione».
Giuseppe Grattacaso analizza ne «la parte mancante», la ricchezza del rapporto tra la poesia e i suoi lettori, restituendo l’immagine di rara bellezza di una prosa di Sbarbaro: il lichene che come la parola basta a sé stesso. Il testo di Domenico Adriano è parola poetica che si fa riso tra le lacrime. Nel suo contributo abbiamo la fortuna d’incontrare un paradigma: l’emozione – e l’aspirazione – del giovane scrittore che indirizza, pieno di aspettative, il suo lavoro inedito alla giuria di un premio letterario, avendo appreso che uno dei giurati è un – ignaro – Mario Luzi. Sarà travolto da una valanga di lettere che gli chiederanno d’iscriversi ad altrettanti premi. Semplicemente una catena servita a diffondere il suo indirizzo tra molti. Il saggio, esilarante e ricco di autentiche testimonianze sui premi letterari si chiude con lo scambio di sguardi struggente quanto intenso del giovane (Adriano) e dell’anziano poeta (Bertolucci), di fronte alla contingenza di una scarpa slacciata. Conclude la sezione dei saggi un’interessante intervista di Stefano Bigazzi a Claudio Pozzani, direttore artistico del Festival Internazionale di Poesia di Genova, nato nel 1995.
Seguono 36 recensioni, di autori diversi, che restituiscono la loro passione di lettori, ancora prima che di critici e di filologi. La scelta, encomiabile, è di dare voce a posizioni diverse, cercando di restituire una coralità di canto.


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